Le rivoluzione femminista è nell'obbiettivo
FOTO D’AUTRICE
Quando pensiamo alle potenzialità artistiche del linguaggio fotografico, noi non possiamo dimenticare la complessità tecnologica degli strumenti coinvolti. La fotografia, arte industriale per definizione, ha sempre sostenuto, lungo quasi due secoli, il peso di lunghi procedimenti tecnici e di attrezzature difficili da controllare. Perciò, nelle convenzioni sociali che imponevano alle donne tipiche attività creative come il ricamo o la danza, l’immagine ottica e i suoi trattamenti non potevano che apparire estranei allo sviluppo della femminilità. Così questo paradosso storico, come altri di pari assurdità, ha purtroppo rallentato l’approccio delle donne a un modello di espressione, che pure con l’inizio del ‘900 aveva saputo includere alcune importanti protagoniste, anche in Italia. Possiamo citare Udina Ganzini, o affiancare al nome notissimo di Tina Modotti quelli di Ghitta Carrell e di Marion Wulz, esponente triestina dello sperimentalismo futurista. Tutte sembravano preferire il ritratto, la figura posata, quasi a simboleggiare un approccio intimo e rilassato verso i soggetti, quasi sempre al riparo della sala di posa.
Ma con il secondo dopoguerra, diciamo coi fatidici anni ‘60 che vedono mutare profondamente le relazioni sociali e la dialettica privata tra i due sessi – e le donne superare ogni presunto imbarazzo ‘tecnico’ – il linguaggio della fotografia non tarda a rappresentare i nuovi modelli di comportamento, e le nuove capacità di introspezione narrativa al femminile. Le donne producono sempre più immagini, con sempre maggior naturalezza e professionalità. Le espongono, le criticano. Oggi addirittura costituiscono la maggioranza stragrande tra i photo-editors, interfaccia essenziale tra le redazioni giornalistiche e i produttori e distributori delle immagini.
In generale oggi a molte donne la fotografia appare come il mezzo immediato di descrizione e trascrizione, non solo delle strutture immediatamente visibili del mondo, ma anche di quelle più nascoste, insondabili, inconsce. Tutta la dimensione indicibile e oscura che si può esplorare attraverso i corpi e i volti, oltre i gesti della quotidianità, diventa oggi dominio dello sguardo femminile.
Anche la rassegna Foto d’Autrice, che la Galleria Bel Vedere è oggi lieta di presentare, testimonia, in certo senso, il passaggio (lungo i decenni che separano anagraficamente tra loro queste donne fotografe, e le loro riprese) dalla descrizione alla riflessione, dalla generosa vitalità all’introspezione più assorta e ambigua. E al tempo stesso, dalle isolate narratrici sociali del dopoguerra si arriva a una schiera di attuali interpreti molto ‘soggettive’ delle nostre contraddizioni... e forse un po’ anche delle nostre speranze.
Poiché il tema delle immagini, richiesto alle autrici, era d’altronde quello della condizione femminile, la nostra rassegna viene ad assumere un duplice significato. Nella qualità alta di queste narrazioni ottiche riconosciamo uno sforzo congiunto tra analisi e intuito, che sono i tratti salienti del carattere femminile. Ma possiamo anche scorgere un riscatto polemico verso le fotografie che oggi prevalgono nella stampa illustrata, prodotte da uomini... ma che spesso hanno, ahimè, come soggetto le donne-oggetto. Foto d’Autrice mette in luce quindi temi più scottanti di ciò che osserviamo alle pareti... e intreccia ai valori artistici quelli generali della comunicazione nella società odierna. Potremo discuterne ancora?
Cesare Colombo
FOTO D’AUTRICE.
Galleria Bel Vedere
Via Santa Maria Valle 5 . 20123 Milano
La mostra è aperta dal 9 al 31 marzo
E dal 7 al 17 aprile 2010



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