Eternit/ A Torino si apre il processo dei record
Mai un processo così a Torino, mai un processo tanto importante e imponente. Tre le aule messe a disposizione delle parti, le più ampie: l’Aula Magna e le maxi-aule 1 e 2. Nella prima prenderanno posto i pubblici ministeri Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace, gli imputati, gli avvocati difensori (Guido Carlo Alleva e Astolfo d’Amato per Schmidheiny, Cesare 
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Zaccone e Gianni Di Benedetto per Ghislain De Cartier De Marchienne) e parte dei familiari delle vittime. Tutti gli altri parenti, quelli che resteranno fuori dall’Aula Magna, verranno sistemati nelle maxi-aule 1 e 2, nelle quali sono già stati installati due maxi schermi collegati con l’aula principale e attraverso i quali si potrà assistere a quanto accade nell’aula principale.
L’inchiesta si è concentrata sugli stabilimenti italiani di Cavagnolo, in provincia di Torino, Casale Monferrato (nell’alessandrino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).
Dopo avere esaminato oltre duecentomila pagine di documenti (verbali di interrogatorio, lettere fra i dirigenti della multinazionale) il procuratore Guariniello si è convinto che alla Eternit fossero a conoscenza dei pericoli connessi alla lavorazione dell’amianto, ma che non abbiano mai preso provvedimenti adeguati. La contestazione non si riferisce solo all’insufficienza delle misure all’interno dei quattro stabilimenti (impianti di aspirazione e ventilazione, strumenti di protezione personale come le mascherine, sistemi di lavorazione a ciclo chiuso per evitare la manipolazione manuale delle fibre del minerale, lavaggio delle tute da lavoro all’interno della sede), ma anche a cosa è accaduto all’esterno, nei centri abitati, dove sono stati registrati numerosi casi di malattie di residenti: perché la Eternit, spesso, forniva manufatti in amianto per pavimentare strade e cortili, o per coibentare i tetti delle case, generando così una «esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza avvertire della pericolosità dei materiali». Sono ben 409 le persone che come unica colpa hanno avuto quella di abitare vicino agli stabilimenti della morte.



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