SuperSic, un libro racconta la vita di Marco

Il titolo delle 250 vinto nel 2008, il pilota, il personaggio e il ragazzo che con la sua aria sempre allegra aveva conquistato tutta l'Italia: c'è tutto questo e molto di più nel libro su Marco Simoncelli, pubblicato da Gargoyle con la collaborazione di Paolo Sesti (numero uno della Federazione motociclistica italiana) e dell’editore Federico Pisani. Un tributo al Sic, ripercorrendo la sua vita fino a quella maledetta caduta avvenuta poco più di un mese fa sulla pista di Sepang. Supersic, scritto da Marco Evangelisti, inviato del Corriere dello Sport, regala non solo ricordi, testimonianza e parole, ma anche cronistoria fotografica della carriera e della vita di Marco.
LEGGI ALCUNI PASSI DI MARCO EVANGELISTI NEL LIBRO SUPERSIC
Marco sorride. Ancora. Sorride sempre e dovunque. Non solo sui furgoncini che ancora giravano giorni dopo la catastrofe, lui, la sua tuta coreografica, le scritte pubblicitarie. Sorride praticamente su ogni foto che si trovi in giro per la stampa e per il web, sorride nella testa di chi lo ricorda, sorride con la chitarra in mano in quell’immagine sospesa al muro, ultima cosa che chiunque sia passato di lì, per il teatro di Coriano a salutarlo, abbia guardato: il Simoncelli ritratto e autentico, non il simulacro appoggiato nel feretro.
Sorride, ed è per questo che l’Italia – e assai più dell’Italia – si è fermata a osservarlo andare via, abbastanza lontano da non poterlo più considerare presente, abbastanza vicino da non cancellarsi. Marco è uno che non ha fretta. Non l’ha mai avuta. La madre Rossella aveva imparato a non chiedergli l’impossibile, cioè rispettare orari e appuntamenti. Lui aspettava sempre qualcosa e poco importava se poi niente arrivava. Nei tempi recenti, per esempio, aspettava il momento in cui avrebbe potuto correre in coppia con Valentino Rossi sulla Ducati. Tra due anni, forse, probabilmente. Di Valentino era amico, praticamente fratello. Anche se li separava quasi una generazione. Ma pure Rossi è uno che non ha tutta questa fretta di crescere e i giochi in kart e in motocross non rispettano categorie d’età.

Erano quelli che preferivano giocare insieme, Marco e Vale.
Scommettevano, anche. Qualche volta. Solitamente Marco vinceva quando non c’era niente in palio e Rossi, più cattivo, quando aveva qualcosa da perdere. Ah, sì: Rossi ha vinto anche quella volta in cui Marco gli disse, per amore di polemica, che lì intorno l’unico vero romagnolo era lui mentre Valentino tecnicamente doveva ritenersi marchigiano. Ora, essere marchigiano sarebbe un titolo di merito per chiunque, però in quell’occasione a Rossi era dispiaciuto il tono della battuta e così si diede da fare a massacrare ben bene il compagno di giochi. Nel senso di staccarlo a ogni salto di moto.
Eppure se c’era uno che poteva permettersi di prendersi gioco di Rossi senza offenderlo era proprio lui Marco Simoncelli, il ragazzino che non aveva alcuna fretta di cambiare anche perché troppe cose lo inchiodavano al suo posto: le sue radici tra il rivierasco e il campagnolo, la sua paradossale passione per la velocità – paradossale in una persona che in tutto il resto mostrava di considerare pari un secondo e un giorno, tempo da perdere a canticchiare una canzone tra sé e sé, a studiare un filo d’erba, a fissare un cane negli occhi. E che appunto sembrava sempre lo stesso quando sedeva in sella, ripiegato su se stesso come un tovagliolo di carta in una trattoria rustica. Mentre le moto gli crescevano sotto e da mini diventavano ottavo di litro, poi 250 e infine pesanti prototipi da MotoGP, lui cresceva di pari passo. Il suo metro e ottanta e oltre soffriva lì dentro, ma che alternative c’erano? Entrare in quella scatola di cerini, dimenticarsi del disagio, dare gas. Adesso Marco non deve aspettare più niente e molti, se non tutti, sperano che abbia tutto ciò di cui sentiva il bisogno. Che poi non aveva bisogno di molto: una pista, un acceleratore da girare, avversari da marcare stretto, il più stretto possibile. Marco giocava con la vita senza mai pensare di doversela giocare, e infatti se è accaduto quanto accaduto non è colpa di nessuno, solo delle circostanze che talvolta s’incastrano tra loro nella maniera sbagliata e compongono un puzzle che non sarebbe mai dovuto esistere.
Bisogna giocarci, con la vita. Simoncelli, senza mai pretendere di avere scuola e discepoli, lo ha insegnato a tanti. Probabilmente a qualcuno di quell’esercito (diecimila, ventimila? a cinquemila, nel primo pomeriggio, hanno smesso di contarli) che è passato per la camera ardente. E ad altri, gente che lo confessa: il cantautore Jovanotti, con il quale passeggiava in enduro; il pilota di Formula 1 Jenson Button, che pure non gli somiglierà mai neppure lontanamente al lavoro, delicato e sommesso nella guida com’è, ma che ugualmente lo ha celebrato dicendo: «Marco era un giovane dal talento straordinario e trovavo fantastico vederlo al manubrio della moto». Ognuno di noi insegna e impara. Marco ha imparato a trasformarsi in gara, da bradipo a giaguaro, ispirandosi a Gilles Villeneuve. Niente dialoghi diretti, naturalmente: corrono cinque anni tra la morte del canadese e la nascita di Simoncelli. Ma in casa il padre Paolo aveva raccolto una collezione vastissima di videocassette su Villeneuve. Che è a occhio il pilota automobilistico più popolare tra quelli che non hanno mai vinto il titolo mondiale. Il grande giornalista Marcello Sabbatini, burbero poeta della Formula 1, cantava su Autosprint le sue imprese e lui del resto di imprese ne faceva davvero. A Marco, nato a Cattolica, cresciuto a Coriano nei paraggi della gelateria che il padre poi ha venduto per aiutare il figlio nelle fasi delicate della carriera, da romagnolo di riviera e di campagna piacevano le due ruote, ma Villeneuve era l’assoluto.
Così Marco infilava nel videoregistratore una cassetta dopo l’altra, tanto il tempo non esiste, il tempo non conta, e la madre gliele toglieva di mezzo e lui le ritrovava e riaccendeva la televisione. Paolo comprò una rosa. La piantò davanti alla loro casa di Riccione. Era la varietà di rosa dai petali di raso vellutato che un coltivatore aveva creato per dedicarla a Villeneuve. La rosa viaggiò da Riccione a Coriano senza fare una piega. È rimasta lì vent’anni, florida e forte. Nell’ultimo inverno si è seccata. Come se sapesse. Lo ha raccontato Paolo Scalera sul Corriere dello Sport-Stadio. Ma forse le rose non sanno niente, esattamente come noi. Forse nascono, sbocciano, crollano senza un motivo e senza una buona ragione. Marco Simoncelli sapeva esattamente che cosa voleva diventare: uno che andava forte in moto. E naturalmente non sapeva se ci sarebbe riuscito. Tantomeno lo sapeva la madre, che lo costrinse, insistendo, ricattando, spostandolo da un corso di studi all’altro, a diplomarsi. Era persino uno che aveva voglia di studiare, Marco. Era persino uno che pensava – ma senza fretta eh? tanto il tempo non conta – di iscriversi all’università. A quarant’anni, magari. E aveva voglia di imparare a gestire le comunità, di quelle che danno letti a chi dorme per strada, che insegnano a usare il corpo a chi per qualche motivo non ci riesce.
Un buono. Per questo ha smosso gli animi del mondo, dice il padre. Improvvisamente lo hanno visto con gli occhi di chi gli vuole bene anche coloro che di bene non gliene hanno mai voluto e lo immaginavano piuttosto come uno scoglio affiorante, una trappola vagante. Gli avversari gli gridavano di calmarsi. Tutti, tranne Rossi, che lo conosceva meglio di chiunque altro e spiegava che con lui era inutile urlare, bisognava parlare a modo. Infatti Marco ascoltava Rossi e capiva, e agli altri che gli si rivolgevano con arroganza rispondeva secco: «e adesso che intenzioni hai, mi fai arrestare?»

Per Simoncelli guidare la moto non è mai stato un lavoro né uno svago. Era gioia allo stato puro. Gli piaceva tutto del mondo in cui aveva scelto di vivere: la compagnia degli alleati e dei nemici, le chiacchiere nel recinto dei circuiti, i pranzi e le cene nel suo motor home, che i piloti famosi di solito trasformano in fortezze inaccessibili e lui invece considerava un’osteria in cui invitare gente simpatica a mangiare, bere e raccontare barzellette. In mezzo a bandiere e poster appesi al muro, come in un vecchio circolo anarchico.
E come in un vecchio circolo a un certo punto spuntavano le carte. Casomai non fossero spuntate, Marco le andava a cercare e poi cercava tre persone ed ecco che una partita a scopa poteva prolungarsi per ore, per serate e anche per nottate se il giorno dopo non c’era da alzarsi troppo presto. Ma sì, il gioco, il ridere, il campare. Era questo che piaceva tanto, di Marco. Piaceva a chi aveva modo di frequentarlo regolarmente e che tutto il resto del mondo ha intuito, ha avvertito improvvisamente mancare e che ha reso un’epopea ciò che avrebbe potuto essere soltanto un ulteriore, orrendo, impronunciabile incidente di corsa.
È un inno alla vita, per quanto inutile e disperata, quel capolavoro di Vasco Rossi che ha accompagnato Marco all’uscita, Siamo solo noi, la sua canzone preferita. La vita secondo Simoncelli: un gioco, ma inteso nel senso migliore del termine, lotta, simbolo, competizione e mai che qualcuno debba rimetterci la pelle o la felicità. Vincere senza umiliare. Perdere senza disonorarsi. Simoncelli lo diceva a chi si lamentava della sfortuna o della caduta: «Diobò, sono le corse». Bisogna scrivere che Marco amava quell’intercalare, Diobò? È necessario, sì, anche se ormai è come raccontare che nella Coca-Cola c’è un ingrediente segreto o che le cicogne nidificano sui tetti.

Un giro di ruota alla volta, un cadere e un rialzarsi, un litigio e una pace, oltre naturalmente a un titolo mondiale in classe 250 nel 2008 e a una crescita costante – senza fretta, certo – anche nella categoria regina, alla fine Marco è diventato un idolo, uno di quelli che sembrava impossibile si spezzassero. Ma se lo aveste chiesto a lui avrebbe risposto: Diobò, sono soltanto un ragazzo sveglio. Poi ovviamente c’era altro intorno a lui, una specie di aureola. Da lontano era un’aureola, da vicino una cupola di capelli. A Marco piaceva pensare a se stesso come a Jimi Hendrix, un altro tipo strano, unico, scomparso ben prima che lui nascesse. O come a un ritratto vivente di Jim Morrison dei Doors. Race your life, correte la vita: recitava così un cartello con il suo profilo che una volta si era divertito a esporre. Ovvio che qui da noi invece il grande pubblico pensasse ad Angelo Branduardi, peraltro più vicino nella sua aria sognante al sorriso cronico di Simoncelli. Ma a che cosa servissero davvero quei capelli non è dato sapere. Neppure a Marco era del tutto chiaro: ultimamente ne era divenuto ben fiero, considerandoli un segno di distinzione. Però all’inizio era tutto ben diverso. Marco portava i capelli corti, cortissimi, e per sua stessa confessione li utilizzava come tavolozza, sperimentando tinte e sfumature diverse. E non trovava mai una combinazione che gli piacesse veramente. Dunque un giorno, sconfitto e impigrito, cominciò a lasciarli crescere. E loro crebbero. «Sono talmente indolente – spiegava – che non ho neanche la voglia di cercarmi un parrucchiere di fiducia. Anzi, uno ne ho: mia zia. È lei che mi tiene la testa a posto. Ho imparato a piacermi così, e comunque, accidenti, è una faticaccia arrotolarli e impacchettarli ogni volta sotto il casco».
Sic o SuperSic è il nomignolo con cui tutti lo chiamiamo. Per gli intrecci delle iniziali, a un certo punto la sua sigla sulle sovrimpressioni televisive era diventata quella, Sic. Però i suoi capelli suggerivano altro. Dal salice alla banalità assoluta del Re Leone. Ecco, qui lui si era impuntato. «Di un leone non ho proprio nulla», puntualizzava. Gli sembrava troppo grosso e troppo manifestamente minaccioso. Troppa potenza in un corpo solo. Semmai gli piaceva il paragone con un giaguaro. Il giaguaro che se ne sta tutto il giorno immobile quando proprio non ha voglia di grattarsi la pancia, il giaguaro che dormicola in mezzo alle foglie. Finché qualche preda non si avvicina troppo. E allora scatta letale in un frullo d’energia.
Di quell’energia ancora acerba, da imbrigliare, hanno approfittato i maestri del commercio, la stampa sportiva e non, la televisione. Simoncelli era l’erede di Rossi e insieme l’anti-Rossi, o meglio ciò che Rossi non era più né poteva più essere a causa della sua persino eccessiva popolarità e del suo ingombrante carisma. Sempre un fenomeno e sempre simpatico, Valentino. Però Marco era la novità, una calamita per temperamenti diversi e generazioni alternative. Lo hanno chiamato a tenere salotto nei talk show alla moda: Victoria Cabello, Piero Chiambretti. Talvolta lo provocavano al gioco del linguaggio sguaiato. Lui, per nulla imbarazzato, ci stava. Tutto sommato era sempre in grado di sdrammatizzare una parolaccia o tre con la sua allegria contagiosa.
A ben guardare Marco ha anche saputo rattristarsi. Al pari di ogni essere umano. È accaduto, per esempio, a Barcellona quando lo portarono in circuito scortato dalla polizia perché a forza di farsi rimbalzare addosso i piloti spagnoli si era procurato qualche minaccia di morte e certe cose, anche se non troppo serie, è bene non prenderle a ridere. Gli venne anche da riflettere, in quel momento: così non è più sport, magari non ha senso continuare. Ma erano momenti, vuoti istantanei. Marco stava bene con il mondo. Il mondo stava bene con lui. La sua famiglia aveva ottenuto una tale unità e serenità da apparire eccezionalmente normale: il padre che lo seguiva dappertutto senza perdersi una corsa, la madre Rossella, la sorella minore Martina appassionata di pallavolo. La sua famiglia stava per moltiplicarsi. Con Kate, Kate Fretti, la ragazza bergamasca che all’inizio di ogni gara gli lasciava un bacio sul casco.
Si erano conosciuti cinque anni fa. A Riccione, davanti a una discoteca. Lei distribuiva volantini per pagarsi l’ingresso, lui passava di là. Era una storia da ragazzi. È diventata una storia da adulti. Kate aspetta sempre di sentirlo passare, di avvertirne la presenza come nel film Ghost. Avevano preso casa accanto a quella dei genitori di Marco. E questa forse è la parte più triste della storia. Marco e Kate, in perfetto equilibrio: lei talmente infervorata e paziente da accompagnarlo sulla griglia di partenza, sempre per quel bacio, qualche volta per reggere l’ombrello parasole; lui talmente onesto da confessarle del suo cuore spezzato in due, metà per la sua donna e l’altra metà per lo sport che praticava, per la moto che gli dispensava le emozioni metafisiche di cui parlavamo sopra, per la voglia di primeggiare che lo spingeva a tenersi in camera e dormirci accanto la moto con la quale aveva vinto il titolo mondiale.
Già, dimenticavamo l’onestà di Marco. Gli arrivava fino alla radice dei capelli. Letteralmente. Tra le scommesse perse della sua vita ce n’è stata una che gli è costata la criniera intera. Un tale gli aveva annunciato che non sarebbe salito mai sul podio nelle prime dieci gare in 250. Simoncelli replicò che se così fosse andata si sarebbe rasato a zero. Andò esattamente così. E lui prese forbici e rasoio e pagò. L’altro subdolamente gli rivelò in seguito che a ogni corsa aveva fatto il tifo per lui, perché da parte sua la posta in palio consisteva nel platinarsi barba e capelli e, a dirla tutta, non gli sarebbe dispiaciuto cambiare look se non gliene fosse mancato il coraggio.
D’accordo, avete ragione: stiamo agiografando, stiamo riducendo Marco Simoncelli all’icona che non si era mai sognato di essere, che non avrebbe mai voluto diventare. I lutti collettivi fanno quest’effetto. È accaduto anche con Ayrton Senna, che oggettivamente dal punto di vista sportivo aveva qualche ragione più di Sic d’essere subito santificato. Eppure che intorno a Simoncelli si sia sollevata un’onda calda di sentimento quale raramente si ricordano è innegabile e qualche ragione ci sarà.
Non è questione di età: giovani e anziani si sono raccolti sullo stesso sagrato. Non è questione di tipo di mass media: lettori, ascoltatori, utenti del web sono rimasti per giorni e giorni in ascolto. È come se, improvvisamente e semplicemente, l’Italia intera abbia avvertito di avere un’anima e che quell’anima sia stata offesa e ferita. Come se fossimo stanchi di indifferenza, di inerzia e di banalità. Come se Marco avesse catalizzato una salutare esplosione di energia emotiva di cui a lungo sentivamo di essere in astinenza.
Come se fossimo stanchi di muso lungo, di maleducazione e malumore. Come se stessimo piangendo un sorriso.


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