"Esci dal tunnel. Ecco come diventare un calciatore vero": ecco un estratto del romanzo di Pasquale Della Torca

Lunedì, 8 giugno 2009 - 11:40:00
Affaritaliani pubblica un estratto del romanzo di Pasquale Della Torca:
"Esci dal tunnel. Ecco come diventare un calciatore vero".

E' la storia verosimile di un calciatore che ricorda i propri inizi non per celebrare la propria carriera e notorietà ma per raccontare dal di dentro alla miriade di ragazzini e genitori che aspirano a una maglia importante perché sono in pochi a diventare calciatori veri. La storia attinge alle biografie di svariati calciatori che viene fusa con osservazione ed esperienza vere del calcio di periferia. Un centinaio di pagine molto essenziali che diventano un divertente manuale su come diventare veramente calciatore.

Gli inizi!



E’ sicuro che spesso sono migliori molti giardinetti di periferia che certi campi tristi e fatiscenti dove manager di bocciofila si danno da fare a tesserare ragazzini pronti a tirar calci a qualsiasi cosa. Però in fondo se vuoi andar a fare un po’ di casino con un pallone con una divisa mai della giusta misura si fa così. Papà e mamma ti ascrivono alla scuola calcio più vicina dove il gestore del campetto comunale diventa il manager e il custode il segretario, magazziniere, massaggiatore, fac totum. Paghi e ti danno il borsone una maglietta un pantaloncino un par di calzettoni, scegli il numero di maglia e la speranza chissà di far qualcosa di buono.

A un certo punto mi sono ritrovato a far parte di una squadra per la prima volta in vita mia. Una divisa rossa e blu le scarpette fiammanti comprate al grande magazzino e due volte la settimana a tirar calci alla bell’e meglio ai palloni in dotazione, scadenti in finta pelle e rigorosamente cinesi. Ce ne sono alcuni così pelati e informi che somigliano più a una palla di fango. Ma sono contento, ci vado due volte la settimana col sole e con la pioggia e il mister, un tipo sfigato che palleggia in continuazione, ci fa fare i palleggi poi un po’ di conduzione palla qualche slalom tra i birilli e poi piazza i mitici cinesini per delineare il campo e fischia l’inizio della partitella finale.

Ma dei fatti tecnici parlerò dopo perché adesso che sono diventato quasi un calciatore sono in grado di descrivere quell’esperienza. Erano quasi sempre le mamme ad accompagnare e prelevare gran parte dei pulcini; a me ad accompagnarmi era mio padre che stava lì ad aspettarmi fino alla fine dell’allenamento; poi mi spediva di gran fretta sulla macchina e, tutte le volte, iniziava a bestemmiare per l’inutilità di quel che facevo e dell’incapacità di quel derelitto –così diceva- dell’istruttore.

Però non ho mai capito se mio padre voleva o non voleva farmi fare il calciatore. Mia madre, tifosa accanita del calcio in tivù, non voleva assolutamente che frequentassi quella marmaglia della scuola calcio. Mio padre però cercava di sopperire le enormi mancanze dell’istruttore  facendomi delle lezioni teoriche e allenandomi quando poteva su un campetto di periferia. Devo dire che la differenza tra gli allenamenti di papà e quelli del derelitto era strabiliante; in due sedute di allenamento, mio padre, riuscì a migliorare la mia corsa in modo esponenziale. Una forza ma un grande rompipalle. Però se dovessi dire quanto mio padre abbia concorso tecnicamente e psicologicamente a farmi diventare un calciatore dovrei dire almeno per l’ottanta per cento.

Questa era la situazione iniziale. Gli spogliatoi di quei campi li frequentavo poco e solo, più grandicello, facevo la doccia in occasione di partite ufficiali. Come pulcino non stavo molto negli spogliatoi che facevano abbastanza schifo con le squallide panche di legno allineate alle pareti e il puzzo di piscio. Papà schifava gli spogliatoi e, poi, ha continuato a schifare parecchi spogliatoi di molti stadi anche grossi.

Nonostante questo non pensavo minimamente di smettere. Non è che coscientemente volevo fare il calciatore. Non sognavo la gloria degli stadi di notte. Mi piaceva e volevo continuare. Ero testardo e sfidavo la pioggia e i campetti che diventavano buoni per quei lottatori con ring fangosi. Così mentre io iniziavo a passare di categoria pochi compagni mi seguivano. Una miriade abbandonavano dopo i primi entusiasmi, alcuni per pigrizia, altri per incompatibilità, altri ancora per necessità.

di Pasquale della Torca

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