Il calcio italiano fa piangere
Mentre Samuel Eto'o saluta l'Italia ricordando a tutti che se ne va nel (mediocre) campionato russo per una scelta di vita (mica per i 20 milioni netti per tre anni che prenderà dall'oligarca Kerimov), in Italia non si capisce bene se c'è da ridere o piangere della situazione in cui versa il nostro malatissimo pallone bianco-rosso-verde. 
E' a mala pena iniziata la stagione e abbiamo già perso una squadra in Champions e due in Europa League. Tanto per gradire e dare la sensazione all'Europa nobile (quella che ci guarda dall'alto in basso) che nulla è cambiato e siamo sempre più in crisi nera. L'Udinese post-Sanchez (e post-Inler) ha venduto cara la pelle contro l'Arsenal più abbordabile degli ultimi dieci anni, ma si è piegata a Wenger ed è uscita dalla porta di servizio della prima competizione continentale.
Il Palermo post-Pastore (Sirigu, Cassani) aveva già salutato l'allegra banda delle squadre impegnate in Europa, facendosi eliminare da una modesta squadra svizzera agli albori dell'Europa League. Poi nelle ultime ore è toccato alla Roma infliggere un duro colpo ai suoi tifosi: ko nel doppio turno contro lo Slovan Bratislava (avessi detto Real Madrid), mentre Totti viene sostituito e fulmini-saette già piovono sul capo di Luis Enrique (la luna di miele nella capitale è ufficialmente finita, già qualcuno si chiede se e quanto resisterà). E meno male che la Lazio non ha fatto la fine delle sue sorelle. Disastro. 
Sperando nel riscatto con Milan-Inter-Napoli in Champions (Udinese e la stessa Lazio in EL) alla fine del bollettino di guerra le idee sono chiare: vien da piangere e non da di ridere. Soprattutto pensando al futuro: ai nostri dirigenti che litigano anziché consegnare al calcio italiano un progetto. Che a dirla tutta, non ci vorrebbe mica Einstein. Altro che problema legato alla fiscalità (in Spagna meno che da noi, ma in Uk è superiore eppure i toc club sono delle corazzate), basterebbe riuscire finalmente a dialogare con le istituzioni e iniziare a costruire stadi per accrescere solidità e fatturato. Basterebbe avere un piano di marketing. Mica fantascienza: cose normalissime in Paesi ancor più normali come Germania, Francia, Inghilterra e in parte Spagna. Noi no. Noi siamo indietro dieci, forse quindici anni e sembra non vogliamo uscire dalla palude in cui abbiamo ficcato quel povero pallone bianco-rosso-verde. Meglio accampare scuse e dare la colpa al destino infame. E' più semplice che provare a costruire qualcosa...



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