Tratta, "lo sfruttamento oggi è nascosto": viaggio tra le prostitute a Milano
di Stefania La Malfa
Nigeriane e rumene in strada. Brasiliane e sudamericane in appartamento. Sono queste le nazionalità delle ragazze che si prostituiscono a Milano. Un fenomeno, quello dello sfruttamento della prostituzione, che è cambiato negli ultimi anni. Come spiega ad Affaritaliani.it Mara, un'operatrice del servizio "Bassa soglia Segnavia" di assistenza alle prostitute della Congregazione dei Padri Somaschi a Milano. "Negli anni '90 c'era il boom delle albanesi e c'era uno sfruttamento violento - racconta -. Poi ci sono state molte denunce e quindi il racket è cambiato e dagli albanesi si è passati ai rumeni. Negli anni il numero delle prostitute è rimasto più o meno stabile ma oggi lo sfruttamento è cambiato: non c'è più una riduzione in schiavitù totale e c'è una contrattazione sulla percentuale di 'guadagno' che la prostituta deve dare al suo sfruttatore. "C'è una più bassa percezione di sfruttamento - sottolinea - ma questo non vuol dire che non esista più: lo sfruttamento oggi è nascosto perché le ragazze in strada non hanno più i lividi sul corpo come una volta. E poi perché c'è quello in appartamento che è più terribile perché è invisibile ed è meno intercettabile".
Mara è italo-brasiliana, ha 27 anni e lavora per i Padri Somaschi da 5, prima come mediatrice linguistica-culturale per donne brasiliane che si prostituivano in appartamento, ora ha un contratto a tempo indeterminato come responsabile del servizio "Bassa soglia Segnavia" che aiuta le prostitute sia in strada che in appartamento a Milano, nella zona est della città, e in provincia. Si è avvicinata al volontariato attraverso il teatro e i laboratori di recitazione con i detenuti del carcere milanese di San Vittore e poi il sociale è diventata la sua occupazione. Attraverso un'amica che lavorava per i Padri Somaschi occupandosi dei rom, ha conosciuto la Congregazione. E ora gestisce l'organizzazione dell'èquipe che contatta le ragazze e lei stessa le incontra direttamente sia in strada (una volta alla settimana) che in appartamento (due volte alla settimana).
"Abbiamo due modi di lavorare - spiega Mara -: quello rivolto alle ragazze in strada e l'altro pensato per le prostitute a casa. Abbiamo cinque unità di strada che escono sia di giorno che di notte e coprono la zona est della città (la circonvallazione che va da piazzale Loreto a piazzale Lodi) e le vie provinciali che portano fuori Milano (la Paullese e la Binasca): ogni unità è composta da due operatori, un uomo e una donna, che escono in auto. L'obbiettivo è incontrare le ragazze, parlare con loro e costruire una relazione di fiducia in modo che poi possano denunciare i loro sfruttatori e avere la possibilità di essere ospitate nella nostra struttura a 'indirizzo segreto'".
Le prostitute a Milano sono giovani donne che "non fanno uso di sostanze stupefacenti né di alcol ma che bevono tanta Red Bull". Gli operatori che scendono in strada distribuiscono alle prostitute volantini sulla prevenzione delle malattie, affrontano problemi ginecologici, le accompagnano a fare esami o le seguono durante la gravidanza. Anche Mara, una volta alla settimana, esce con l'unità di strada: "Incontriamo circa 800-1000 donne l'anno mentre all' 'indirizzo segreto' ne accogliamo 70 (ora sono una decina). Sono in maggioranza rumene e nigeriane. Le prime hanno circa 20 anni, hanno esperienze di infanzia traumatiche e arrivano in Italia attraverso organizzazioni criminali. Mentre per le seconde lo sfruttamento è diverso: sono molto giovani, non si sa con precisione la loro età perché sono senza documenti, e sono controllate da una 'maman' con la quale ciascuna di loro ha un debito di circa 70mila euro. E per riuscire a ripagarlo lavorano tutti i giorni e si fanno pagare meno delle altre prostitute. Di solito non denunciano la loro sfruttatrice perché significherebbe rompere un legame con la loro comunità. E chi riesce a ripagare il debito resta poi nel giro e 'fa carriera', diventando 'petite maman', cioè braccio destro della maman".
Tra le prostitute e gli operatori si crea alla fine un legame di conoscenza: "Le ragazze ormai sanno che esistono le unità di strada - sottolinea Mara -: la maggior parte di loro è contenta perché così può parlare, sfogarsi. Ma non significa che vogliano aprirsi con noi perché comunque sono molto diffidenti. Quello che ci raccontano è che si prostituiscono perché l'hanno scelto, o perché guadagnano tanti soldi oppure perché vogliono aprire un negozio magari di parrucchiere".
Per intercettare invece le prostitute in appartamento il lavoro è diverso, racconta ancora Mara: "Navighiamo su internet e cerchiamo i siti dove sono pubblicati gli annunci. Contattiamo poi le ragazze per telefono e le 'agganciamo' spiegando loro che facciamo un servizio per la prevenzione delle malattie. E' un modo per entrare in contatto, poi andiamo fisicamente a trovarle anche se si tratta di ragazze che cambiano indirizzo e città molto rapidamente. Su 3mila telefonate all'anno incontriamo 200-300 donne e visitiamo 60 appartamenti. Le case non si trovano in periferia ma nelle zone centrali e residenziali di Milano e i proprietari sono italiani oppure stranieri da più tempo in Italia: le porte sono anonime, al campanello non ci sono scritti nomi ma numeri.
"In appartamento la maggioranza delle prostitute sono brasiliane, sudamericane e rumene - continua -. Anche qui c'è un racket ma probabilmente la comunità brasiliana si è più integrata con gli italiani e quindi lavorano al chiuso e non all'aperto. La prostituzione in casa è più terribile rispetto a quella in strada perché c'è invisibilità: le donne spesso non escono e lavorano 24 ore su 24. In strada paradossalmente c'è più 'normalità' con la divisione tra 'lavoro' e casa. Quando contatto una ragazza al telefono le spiego che faccio parte di un'associazione e che abbiamo anche un sito internet (www.vocididonna.it). Le lascio poi il mio numero e le chiedo se posso andare a trovarla. Il contatto telefonico può finire qui oppure continuare se la ragazza accetta l'appuntamento. In questo caso partono sempre due operatori. Spesso quando entriamo in un appartamento scopriamo che la ragazza che abbiamo contattato non vive da sola ma con altre 'colleghe': iniziamo a conoscerci, beviamo magari un caffè. Poi diciamo loro che siamo disponibili sempre, 24 ore su 24 e lasciamo loro il nostro numero di telefono: spesso richiamano anche solo per fare due chiacchiere o chiederci come stiamo, se non lo fanno proviamo a ricontattarle noi dopo un po' di tempo. Comunque rispettiamo chi non ci vuole parlare, è inutile insistere".
Alla fine c'è anche chi arriva a denunciare i propri sfruttatori. "E'un percorso lungo - sottolinea Mara - e può passare anche un anno e mezzo prima che una ragazza riesca a denunciare. Sulla tratta ci sono tanti pregiudizi: è riduttivo dire delle ragazze 'poverine, sono delle vittime'. Dobbiamo pensare a loro come a donne in grado di intendere e di volere. Sono ragazze che vivono certamente una situazione di disagio e di maltrattamento. Ma hanno la facoltà di scegliere cosa fare della propria vita. Non dobbiamo avere un atteggiamento caritatevole verso di loro, al contrario è giusto dire loro 'ce la puoi fare e puoi decidere il tuo futuro'. Ma sono loro che devono scegliere di cambiare perché prelevarle a forza dalla strada è una forma di violenza. E anche i clienti non sono da criminalizzare, il tema è più complesso e si dovrebbe partire dall'analisi del perché c'è la domanda di sesso e cosa vogliono questi uomini".



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.

















