Trans, a Roma una casa di accoglienza per le vittime di tratta

Mercoledì, 10 febbraio 2010 - 12:22:00

Sono circa 25 le transessuali che beneficiano dei percorsi di protezione sociale dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione del 1998 seguite dall’associazione Ora d’aria negli ultimi tre anni. Attraverso il progetto Ambiguità dell’accoglienza (Ada), l’organizzazione si occupa anche di persone transessuali vittime di tratta provenienti soprattutto dal Brasile e dall’Argentina. “Disponiamo di una casa di accoglienza e offriamo una serie di servizi che vanno dall’accompagnamento sanitario al sostegno legale, dal counselling psicologico all’inserimento lavorativo”, racconta Carmen Bertolazzi, presidente di Ora d’aria.

 Si tratta di un progetto pilota, per il momento unico in Italia, anche se presto un’altra struttura di accoglienza dovrebbe aprire a Bologna, gestita dal Mit (Movimento identità transessuale). “Abbiamo operatrici e consulenti che provengono dal mondo transessuale – prosegue Bertolazzi – e collaboriamo con varie realtà del territorio”. Tra queste l’associazione di volontariato Libellula 2001, l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) il Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psicologica (Saifip) dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma e l’Ambasciata brasiliana.
 
Delle 25 transessuali accolte solo 2 hanno lasciato il progetto e alcune sono tornate in Brasile attraverso il rimpatrio volontario assistito. Le altre, invece, stanno provando a ricrearsi una vita “normale”. Dopo la prima fase dell’accoglienza, il progetto prevede una serie di colloqui per capire il vissuto della persona e le ragioni che l’hanno convinta a uscire dal circuito dello sfruttamento. È una fase difficile – secondo le operatrici – perché spesso le persone hanno difficoltà a prendere coscienza della propria condizione di vittime e tendono comunque a giustificare le sfruttatrici con frasi del tipo “mi ha aiutato, la sto pagando e quindi non devo denunciarla” oppure “perché la vita non è solo qui, poi quando torno nel mio paese come faccio?”.

 Solo in secondo momento comincia la ricostruzione di una vita normale che passa, in primo luogo, per la gestione della quotidianità: orientarsi all’interno della città, imparare a fare una lavatrice e soprattutto riuscire a fare la spesa senza spendere troppo denaro possono essere compiti impegnativi.
 
“Il problema più grande è però l’inserimento nel mondo del lavoro – spiega la presidente di Ora d’aria –. Quelle laureate possono fare le mediatrici culturali, le altre, che in genere hanno una scolarizzazione molto bassa, lavorano soprattutto come parrucchiere, bariste o cameriere”. Un’altra questione delicata è l’affettività. “Alcune riescono a creare una coppia – conclude Bertolazzi –. A volte le famiglie dei fidanzati le accettano con grande apertura e generosità. E questo naturalmente è molto positivo: una relazione stabile fa bene all’accettazione del sé”

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