"Pericolo stranieri anche a Torino". Il viaggio di Affari tra paura e disagio
Chiediamo, poi, all’Assessore per le politiche d’Integrazione, Ilda Curti, un resoconto sulla partecipazione, in particolare, della comunità romena alla vita politica e culturale della città: “I cittadini romeni presenti a Torino sono quasi 60.000. Se si mettessero tutti insieme costituirebbero una città più grande di Moncalieri (ndr.paese al confine di Torino). Dal 2007, i cittadini romeni possono votare alle elezioni amministrative e a quelle europee, in quanto cittadini comunitari.” – illustra Ilda Curti – “La partecipazione politica è, per tutte le comunità all'estero, un processo lungo. Si continua per molti anni a guardare alla politica di casa, così come hanno fatto gli italiani all'estero, i quali hanno pienamente esercitato il loro diritto di cittadinanza politica (laddove era loro permesso) sostanzialmente a livello di seconda generazione. Esistono molte associazioni italo-romene che hanno storie, identità, obiettivi diversificati e tutte partecipano attivamente alla vita sociale e culturale della città. Esattamente come tutto l’associazionismo cittadino che costituisce un patrimonio di relazioni, iniziative, attività che arricchiscono il nostro territorio. Molti sono impegnati, con attività di volontariato, nel sostegno a connazionali in difficoltà, oppure al mantenimento della cultura, della lingua d’origine in modo che non si taglino le radici soprattutto delle seconde generazioni.” L’Assessora punta molto sulle reti associative: “Le reti comunitarie sono così forti da consentire alle persone – spesso provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città – di mantenere legami, relazioni, amicizie. Reti, d’altronde, capaci di intervenire in modo solidale di fronte al dramma e all’atrocità, per sentirsi tutti parte di una comunità, quella torinese. Fatta di connazionali, di amici, di ambulanti del mercato, di negozianti, di adulti, di ragazzi. Di istituzioni, di comunità educative, di parrocchie, di luoghi di ritrovo. Credo che questo sia l’aspetto più significativo e importante di questa tragedia infinita: riconoscere che soltanto il mantenimento delle reti, la loro forza e la loro presenza sui territori ci consente di sconfiggere, insieme, la violenza e la sopraffazione”.
Non potevamo poi non interpellare Pietro Cingolani, uno dei maggiori “esperti” a Torino di romeni e Rom, già autore del libro "Romeni d’Italia" edito da Il Mulino. Il suo intervento si concentra soprattutto sulla discriminazione subita dalla comunità Rom che lui stesso frequenta regolarmente: “Sarò impopolare, ma romeni e, soprattutto, rom sono da vedere più come vittime che aggressori. Il guaio è che – e ne sono i maggiori responsabili gli organi d’informazione – particolari fenomeni non vengono contestualizzati in una dimensione globale. Come si può continuare a identificare i rom – sostiene lo scrittore torinese – come uno dei maggiori pericoli, quando viviamo in un sistema (internazionale) che si fonda, in gran parte, sull’economia illegale? Di cui, sì, i rom costituiscono una buona riserva di manodopera, ma non ne sono certo i promotori, organizzatori e i coordinatori.”. “Troppi stereotipi inquinano la vita degli zingari. Per la gente comune, infatti, rimangono dei consueti sequestratori di bambini quando, in verità, non è mai stato processato uno zingaro per questo tipo di crimine. I media, del resto, contribuiscono al consolidamento di questi pregiudizi dimenticandosi di documentare il proscioglimento giudiziario di numerosi rom che erano stati stigmatizzati come terribili delinquenti in alcuni episodi di rilevanza pubblica-mediatica. Mentre sono sempre puntuali nella pubblicizzazione dei casi di condanna definitiva.”. Resta il fatto che sopravvivono spesso grazie ad attività illegali, come il furto: “Sì, tuttavia continuo ad invitare a rovesciare l’angolo d’osservazione. – ribattere placidamente Cingolani – Innanzitutto, i rom sono spesso ‘usati’ da organizzazioni italiane e, poi, non sono da considerare assolutamente come una comunità coesa; anzi, pur vivendo nelle stesse aree, le famiglie sono poco collegate fra di loro, anche poco solidali. Al contrario di ciò che si dà ormai per scontato, non c’è una silenziosa collusione fra i grandi criminali ed il resto delle famiglie. Si tratta solo di (obbligata) vicinanza fisica. Inoltre, i campi rom non sono certo zone franche, tutt’altro: sono frequentate assiduamente da educatori, assistenti sociali, insegnanti, associazioni, giornalisti e poliziotti. Anche i boss d’alto rango continuano a vivere lì dentro, si conoscono benissimo: probabilmente, per mantenere intatti alcuni traffici, ‘conviene’ non toccarli”.
Pur vivendo in condizioni igienico-sanitarie da Quarto Mondo, gli zingari, almeno nell’immaginario collettivo, si possono permettere grandi macchine e gioielli di valore… “Quello delle macchine di lusso è un altro luogo comune da sfatare. – precisa Cingolani – La maggior parte dei rom, infatti, non possiede un’automobile e non ha nemmeno la patente. Estendendosi i loro campi in aree così marginali della città, non raggiunte dai mezzi pubblici, sono, anzi, così limitati nel trasporto che si sono innestati dei circuiti informali di approvvigionamento da cui traggono profitti molti italiani”.
Una domanda che tutti farebbero a Cingolani sarebbe la seguente: “Ok, ma come si può vivere ancora in quelle condizioni, nel 2010? Nella sporcizia, nella puzza, nel degrado totale?”. Sono ormai universalmente riconosciuti, infatti, dei parametri di civiltà che paiono ancora irraggiungibili dagli zingari. La risposta: “Prima di tutto, molti non lo sanno, gran parte della popolazione rom e romena lavorava nelle cooperative agricole statali: col crollo dell’URSS, la caduta di Ceacescu e del Comunismo, tutta questa gente è rimasta sulla strada e si è dovuta arrangiare col nulla ed il vuoto che aveva dinanzi. Per vari motivi storici, poi, inclusi decenni di persecuzioni razziali, che si potrebbero solo analizzare e discutere in un libro o in un ampio trattato, l’analfabetismo, purtroppo, continua a essere trasmesso tra gli zingari di generazione in generazione. Ancora oggi, molti bambini non vanno a scuola perché nessun genitore o parente sarebbe in grado di seguirlo nell’apprendimento. In queste condizioni è davvero difficile fare passi significativi verso la civiltà. Ma, certo, tutto questo deve essere una molla verso l’integrazione, l’assistenza di queste persone, non deve essere un ulteriore scusa per la loro marginalizzazione, se non discriminazione”.
Il 31enne ricercatore torinese conclude con un invito a “non “etnicizzare” la povertà. “Bisogna concentrarsi sulla povertà globale, quelle che riguarda romeni e rom, ma anche italiani di tante aree della penisola in cui sono nate spietate organizzazioni criminali come Mafia, Camorra o ‘Ndrangheta”.
Un appello fatto proprio dai rappresentati della Chiesa cristiana romena e italiana che, di fronte al lutto e al dolore di questi giorni, hanno ribadito tenacemente – come abbiamo potuto constatare - l’impegno al dialogo interculturale ed alla comprensione reciproca, non solo fra etnie diverse, ma anche fra classi sociali, classi d’età, generazioni, orientamenti culturali e politici, interessi differenti.
Prossimamente, tra l’altro, uscirà proprio a Torino un documentario, intitolato Magdalena, del regista-produttore Alejandro de la Fuente, che mira a tratteggiare lo straniero, il romeno, non certo come un aggressore, ma come una vittima del sistema. Ripercorrendo la tragica morte di un operaio clandestino affogato in una fogna di Torino e avvalendosi del contributo documentarista e attoriale della stessa caporedattrice del giornale Obiectiv, Magdalena Lupu.



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