Milioni di volontari attenti al territorio. Olivero: "Lo Stato valorizzi di più le reti del Terzo settore"
di Stefania La Malfa
Oltre 4 milioni di persone che svolgono attività di volontariato e una forte attenzione ai bisogni delle comunità. Un Terzo settore impegnato dunque ma che spesso non è utilizzato dalle istituzioni in una logica vera di sussidiarietà, a partire cioè dalla pianificazione sociale. Andrea Olivero, portavoce del Forum del Terzo settore da fine 2008 e in via di riconferma nella carica al Congresso nazionale in corso a Roma, sceglie Affaritaliani.it per fare un bilancio del lavoro svolto nei due anni di incarico e per rilanciare l'attività del volontariato in Italia.
Qual è il bilancio dei suoi due anni di lavoro come portavoce? 
Andrea Olivero
"Sono molto soddisfatto del lavoro svolto perché siamo riusciti ad aumentare la coesione tra le nostre organizzazioni creando una vera intesa in molti ambiti e anche a rafforzare una serie di relazioni istituzionali, penso al rapporto con l'Agenzia delle Onlus e con l'Agenzia delle entrate. E rispetto al governo, anche se non siamo riusciti ancora ad ottenere molte cose, di certo abbiamo avuto un confronto schietto su questioni come il Librio bianco o il 5x1000".
Il Congresso è anche un momento per ripensare alla sussidiarietà e proporre un nuovo modello sociale...
"Sì, c'è bisogno di un nuovo modello sociale ma bisogna stare attenti a non mutuare esperienze dall'estero pensando che l'Italia sia indietro: noi abbiamo già un modello costruito nel tempo che altri stanno cercando di imitare. Nell'ambito sociale siamo più avanti perché il nostro Terzo settore è partecipativo e vede il coinvolgimento diretto di milioni di persone. E' vero che rispetto per esempio al modello anglosassone gestisce meno opere dal punto di vista economico però da noi ci sono più di 4 milioni di persone che ogni anno svolgono attività di volontariato e 700mila di queste lo fanno con continuità settimanale. Un altro elemento positivo è che il nostro Terzo settore è fortemente ancorato ai territori, è di prossimità e attento ai bisogni delle comunità, se pensiamo al lavoro svolto nei momenti di emergenza. All'estero invece c'è maggiore capacità di raccolta fondi ma meno coinvolgimento personale".
L'altra faccia della medaglia non è però un'eccessiva frammentazione?
"Assolutamente sì, il Terzo settore fatica ancora a far rete. E in molti casi viene usato strumentalmente nella gestione di attività, in convenzione o in appalto, e non per quel valore aggiunto che può dare di relazione con il territorio: abbiamo visto che in questi anni gli enti pubblici hanno affidato al Terzo settore la gestione di attività semplicemente per risparmiare. Questo ha sicuramente messo in difficoltà le organizzazioni perché non tutte sono in grado di gestire attività economiche complesse".
Qual è il modello di Terzo settore che proponete per il futuro?
"Crediamo che sia necessario avere un Terzo settore legato al territorio ma che impari a fare rete. Poi dobbiamo far sì che il Terzo settore abbia una diversa capacità di muoversi nell'ambito economico rafforzando gli strumenti come l'impresa sociale: questa può essere una strategia per separare le realtà di tipo associativo da quelle d'impresa. Poi chiediamo che si ragioni in una logica vera di sussidiarietà che dia al Terzo settore voce in capitolo durante la pianificazione sociale, per avviare anche politiche di prevenzione, e non solo nella fase di gestione, alla quale può comunque concorrere. E chiediamo anche che non ci si limiti sempre a correre dietro alle emergenze".
Come pensate di aumentare la vostra capacità di fare rete?
"Facendo sì che vengano favorite le organizzazioni che si mettono in rete e facendo sì che le pubbliche amministrazioni si relazioni non con i singoli soggetti. E' necessario privilegiare chi sa fare sintesi. Gli enti pubblici hanno sistematicamente evitato in questi anni di favorire questo approccio e poi è chiaro che ognuno corre per sè: noi chiediamo di ribaltare questa logica. E' anche importante che le organizzazioni imparino a relazionarsi tra di loro sulla base di modelli nuovi di governance basati su processi di riconoscimento dei valori di ciascuna organizzazione, non in base al numero degli iscritti ma per esempio in base alla preparazione su una determinata tematica".
Dal punto di vista numerico le reti sono sufficienti?
"Abbiamo 14 forum regionali e 100 forum territoriali: complessivamente però le organizzazioni nazionali aderenti al Forum sono un'ottantina e comprendono, come realtà di strutture di base, più della metà di tutte le organizzazioni del Terzo settore. Il Forum rappresenta dunque più della metà di tutte le organizzazioni del Terzo settore. Non è un elemento irrilevante ed è un numero che è aumentato negli ultimi due anni. Ed è aumentato anche il pluralismo, nel senso che sempre di più ci sono organizzazioni diverse per scopi sociali, per appartenenze culturali e politiche: il Forum oggi ha adesioni bipartisan e questo è un elemento di capacità aggregativa".
Il 2011 è l'anno europeo del volontariato: quali saranno le vostre iniziative?
"Stiamo lavorando con il ministero per le iniziative nazionali. E stiamo pensando per inizio estate a un'iniziativa che metta insieme l'anno del volontariato con le celebrazioni per i 150 anni dell'Italia: l'ipotesi è di realizzare un evento a Torino nel quale i volontari possano ritrovarsi e riflettere sul loro ruolo nel nostro paese. Vorremmo poi che si ragionasse sul ruolo dei volontari in tutti gli ambiti del Terzo settore, dall'associazionismo alla cooperazione sociale fino alla cooperazione internazionale: la loro attività è un elemento cruciale che però non può essere legata al caso e serve un grosso lavoro di formazione, che stiamo già facendo in particolare al sud, dei nostri dirigenti".
Lei è candidato a un secondo mandato di portavoce del Forum. Quali sono le prime tre cose che metterà in cantiere?
"Innanzitutto l'elaborazione di un progetto culturale: ci siamo resi conto che dobbiamo riflettere meglio sull'evoluzione del Terzo settore e per questo un primo sforzo sarà quello di creare un ufficio studi. Il secondo aspetto è quello di riuscire a portare a casa alcune riforme: vorremmo vedere nei prossimi due anni un segnale chiaro, partendo dal Libro primo del codice civile e dal 5x1000: ci batteremo con forza chiedendo degli impegni. La terza questione è rafforzare la comunicazione. L'elemento della rete è decisivo ma per appartenere a una rete bisogna vederla: ci impegneremo su questo fronte per dare più informazione sulle nostre attività. Il Terzo settore spesso comunica un po' come i partiti, attraverso i convegni e le dichiarazioni ma dovrebbe invece comunicare di più con le cose che facciamo mettendo i luce i progetti: sarebbe un buon modo per distinguerci e per essere ascoltati di più".



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