Editoriale/ Se una catastrofe naturale fa scoprire un popolo

Mercoledì, 31 marzo 2010 - 10:56:00

di Franco Frattini, ministro degli Affari Esteri

Di colpo, la mattina del 12 gennaio scorso, il mondo intero si è ricordato o, in alcuni casi, forse addirittura ha appreso dell’esistenza di un Paese che si chiama Haiti. Purtroppo, il motivo di questa improvvisa ed enorme attenzione è stata l’ennesima catastrofe naturale che colpisce questo angolo del pianeta, ma questa volta con una violenza tale da rendere quasi vana la ricerca di aggettivi adeguati a descriverne la portata, tanto che alcuni hanno paragonato l’entità della tragedia a quella dello tsunami del 2003. Se il numero delle vittime alla fine forse risulterà essere in analogo ordine di grandezza, questa volta l’evento si è concentrato in un lembo di terra, e il terremoto, oltre alle tante vite umane portate via, ha comportato la distruzione non solo di case ed infrastrutture, ma degli stessi luoghi delle istituzioni. Emblematiche le immagini del Palazzo presidenziale crollato.

Poco più di 500 anni dopo che Cristoforo Colombo vi approdò, così “scoprendo” l’America, il mondo torna prepotentemente ad accorgersi di quest’isola, o meglio del suo lembo orientale che forma lo Stato di Haiti, la più antica Repubblica “nera” della storia, nata ad inizio Ottocento dalla ribellione degli schiavi e resasi indipendente ancor prima del resto dell’America Latina e Caraibica. Origini nobili ed orgogliose, quindi, ma che non sono bastate a forgiare il futuro di questo Paese.

Haiti è uno dei Paesi più poveri del pianeta e con uno dei peggiori indici di sviluppo umano. Ecco un altro aspetto di cui tenere conto nel guardare al disastro del gennaio scorso: il sisma ha colpito un Paese già molto provato sul piano economico e sociale, e le cui stesse istituzioni erano talmente fragili da rendere necessaria la presenza, ormai da anni, di una forza di stabilizzazione delle Nazioni Unite. Se Haiti e gli Haitiani non ce la facevano da soli prima, tanto più ora dovrà essere efficace e consapevole l’impegno della Comunità Internazionale, anche dopo che i riflettori mediatici si saranno spenti.

Ma per l’Italia, per il Ministero degli Esteri, Haiti non è apparsa sulle mappe soltanto il 12 gennaio 2010. È vero, già da molti anni non abbiamo più un’Ambasciata a Port-au-Prince, ma questo non vuol dire che non abbiamo continuato a dedicare tutta l’attenzione possibile a questo Paese anche prima del terremoto.

In ambito Nazioni Unite, ed in particolare quando l’Italia era membro del Consiglio di Sicurezza, abbiamo sempre seguito con cura le vicende di Haiti, ed abbiamo anche inviato un qualificato contingente ad integrare la forza di stabilizzazione MINUSTAH. Un impegno comunque significativo, se si considera la quantità delle operazioni che già vedono schierate forze italiane nel resto del mondo.

Avevamo svolto interventi di cooperazione allo sviluppo anche prima dell’emergenza causata dal sisma, soprattutto finanziando programmi di riduzione della povertà, utilizzo delle risorse idriche, integrazione economica e sociale e sviluppo della pesca attraverso organismi internazionali, come il Programma Alimentare Mondiale, l’IFAD, il Programma ONU per lo Sviluppo e la Banca Interamericana di Sviluppo, per non parlare degli interventi d’emergenza effettuati in occasione degli uragani che, quasi ciclicamente, colpiscono l’isola.

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