Editoriale/ Si fa presto a dire stranieri
di Vito D'Eri
La domenica li vedi riempire i parchi ed i giardini di Roma. Per loro è il giorno libero della settimana; libero dai lavori nei cantieri per gli uomini, e libero dagli impieghi come badanti o addette alle pulizie per le donne. Sono li a godersi il verde ed il sole estivo della Capitale, una forma di relax a costo zero che Roma è ancora in grado di offrire e che loro possono permettersi, nonostante tutto.
Sono lì, seduti sulle panchine ad ascoltare musica, magari leggere un giornale scritto nella loro lingua per mantenere ancora un minimo di contatto con la loro terra natìa. Qualcuno ha anche con se una birra e fuma rilassato la sua sigaretta. E’ domenica...
Ce ne sono di ogni colore e razza; tanti dell’Europa dell’Est ma anche molti Sud Americani, quelli del Bangladesh e gli immancabili Africani, quelli che normalmente chiamiamo marocchini anche se quasi mai lo sono realmente.
Alcuni chiacchierano tra loro; non si conoscono, vengono da luoghi e culture differenti. Ma è domenica… e trascorrerla da soli è troppo deprimente. Per cui anche uno sconosciuto va bene per scambiare due parole; si discute del tempo, del lavoro e delle sue condizioni, ma anche alcune dritte su come rinnovare il permesso di soggiorno o per l’assistenza sanitaria. Ma in realtà ogni argomento è solo un buon motivo per chiacchierare, sentirsi meno soli… è domenica.
Al di là degli argomenti delle loro discussioni quello che più stupisce è la lingua in cui queste avvengono; l’inglese? No, l’italiano. Bianchi, neri, gialli o rossi, uomini e donne, comunitari o extracomunitari trovano il loro fattore di comunione nella nostra lingua, l’italiano.
Ma allora se parliamo la stessa lingua vuol dire che siamo in grado di comunicare, con meno difficoltà di quanto alcuni pregiudizi ed alcune banalizzazioni portino a credere. Ed allora questa lingua usiamola non solo per fargli capire tutte le nostre leggi ed i nostri limiti in fatto di immigrazione; non solo per spiegargli che qui da noi ‘devono comportarsi bene’ perché comunque sono degli ospiti. Non solo per proporgli tutti quei lavori che noi non vogliamo più fare perché abbiamo la pancia troppo piena, e molto meno vuota di quanto ci raccontiamo. Parliamogli di regole, di democrazia, di libertà di religione e di pensiero, di rispetto per la donna e di non violenza. Ma dopo questa giusta introduzione, usiamo questa lingua, anche per dirgli una semplice parola di ristoro e di speranza: “Benvenuti”. E’ in italiano, la capiranno, la apprezzeranno, non la dimenticheranno…



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