“Più o meno: il sesso confuso”: il documentario su 25 anni di Aids in Italia

Giovedì, 25 febbraio 2010 - 17:46:00

La storia dell’Aids in Italia raccontata attraverso le esperienze personali e i sentimenti dei protagonisti, le testimonianze di trenta tra medici, attivisti, esperti ma anche persone sieropositive e una classe del liceo Galvani di Bologna. Tutti intervistati su di una poltrona bianca, simbolo della malattia, le loro storie insieme compongono “Più o meno. Il sesso confuso”, il documentario di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli che viene presentato in anteprima nazionale domani alle 20 al cinema Lumiére di Bologna. Al centro del documentario “non ci sono le cure nè la malattia – spiega Adriatico – ma il pensiero e le emozioni di chi la vive. Questo documentario raccoglie volti e voci che aspettavano un occasione per parlare e dare senso a ciò che senso non ha”. L’obiettivo dunque non è descrivere la malattia o fare informazione. “Informazione ce n’è già – aggiunge Giulio Maria Corbelli –, quello che manca oggi è capire perché una malattia come nessuna prima di essa è stata capace di produrre effetti sull’intera società e sui comportamenti individuali”.

Il documentario racconta i tre decenni tascorsi dalla comparsa dell’Aids: dalla liberazione dei costumi sessuali degli anni ’70, al terrore della morte e alla confusione per la malattia propria degli anni ’80, alla rinascita della speranza per i contagiati grazie ai nuovi farmaci negli anni ’90, fino al “silenzio assordante” dei giorni nostri. Una storia ripercorsa nelle parole di attivisti come Alessandra Cerioli, presidente di Lila, e Fiore Crespi, presidente di Anlaids. E ancora con l’ex ministro della Salute Livia Turco, il presidente onorario di Arcigay Franco Grillini, lo scrittrore Stefano Benni. Fino ad arrivare all’oggi, con la testimonianza di Jessica Rossetti, ragazza sieropositiva dalla nascita, e le interviste agli studenti del liceo Galvani. Le parole dei protagonisti sono intervallate dalle voci narranti dei due registi, che rappresentano due vissuti e due differenti punti di vista: “il più”, quello di chi ha incontrato il virus nella sua vita, come Corbelli, e il “meno”, quello di chi a causa della malattia ha perso amici e persone care, ma è rimasto fuori dal gruppo dei contagiati, come Adriatico.

“Più o meno” fa così luce sul modo particolare con cui l’Italia ha affrontato l’Aids. “La società italiana – dicono le voci del film – ha escluso il malato, ha isolato le famiglie, ha tentato di nascondere una realtà”. Tanto che molte persone contagiate hanno vissuto la malattia in solitudine: “Sono morte da sole”, afferma sullo schermo Alessandra Cerioli, presidente di Lila. Tuttavia, aggiunge Adriatico, “credo che la parte del film sugli anni 2000 sia quella che scuote di più, perché oggi c’è la necessità di rilanciare la questione della sessualità dopo l’avvento dell’Aids”. E così anche la situazione odierna, dove l’Aids si fa più gestibile ma si accompagna a un abbassamento della percezione della pericolosità, lascia interdetti. Succede di fronte al fenomeno del ‘bareback’, cioè omosessuali consapevoli che fanno sesso non protetto, rischiando, al fine di riappropriarsi di una dimensione più intimista della sessualità. O di fronte ai giovani del liceo, terrorizzati dall’idea di poter incontrare nella loro vita sessuale un sieropositivo. “La malattia – dice Stefano Benni nel corso della sua intervista – è ancora vissuta come una colpa, una vergogna, è una malattia che ti segna, che lascia uno stigma”.

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