Russo (Campania): "Con i tagli basta al clientelismo"

Martedì, 6 settembre 2011 - 14:05:00
La Campania spende poco meno di 33 euro a persona all’anno per i servizi socio-assistenziali, dieci volte di meno di quanto spende la Valle D’Aosta (344 euro), contro una media nazionale di 108 euro. Nel corso dell’ultimo anno la Regione ha di fatto dimezzato le risorse proprie in un quadro nazionale già caratterizzato dalla drastica riduzione del Fondo destinato alle Politiche sociali e dalla totale cancellazione di quello destinato ai cittadini non autosufficienti e, oggi, sempre di più minacciato dal rischio di ulteriori tagli previsti dalla nuova manovra finanziaria. Come sopravvivrà allora il welfare campano alla prova della crisi? Lo abbiamo chiesto all’assessore regionale all’Assistenza sociale Ermanno Russo.
 
Ad oggi a quanto ammontano complessivamente le risorse destinate alla spesa sociale regionale?
“La compartecipazione della Regione Campania alla spesa sociale a valere sul Fondo Nazionale Politiche Sociali va analizzata a partire dal 2000, anno dell'introduzione della legge 328 in Italia. E ciò perché, mentre da un lato si cercava di costruire una governance dei servizi territoriali, dall'altro l'allora Giunta regionale conservava ingenti risorse per investimenti diretti, ottenendo come unico risultato la polverizzazione degli interventi e una rete “spot” di attività. Contestualmente, senza che vi fosse alcuna programmazione, si ritenne di destinare tutte le risorse regionali a partire dal 2007 al Reddito di cittadinanza. L'attuale governo regionale, da giugno 2010, ha dovuto quindi sia farsi carico dell'esposizione finanziaria causata dalla pessima modalità di gestione di tale misura assistenziale, causa di un contenzioso che continua a vedere la Regione soccombente, sia fare i conti con il tracollo dei trasferimenti nazionali, passati per la Campania dai 103 milioni del 2007 ai  4 milioni previsti per il 2012. Nonostante tale drammatica condizione finanziaria, che si inserisce in un contesto di crisi regionale dovuto in particolare allo sforamento del patto di stabilità, questa Giunta regionale per la prima volta è stata in grado di programmare le risorse disponibili per il sociale per il biennio 2011/2012: 175 milioni di euro, cui si aggiungono i 34,5 milioni destinati ai Comuni per la compartecipazione alla spesa socio-sanitaria. Ciò significa che la giunta Caldoro è riuscita comunque a garantire le risorse ordinarie, aggiungendo a questo un ulteriore intervento sulla qualità della governance territoriale: 182 milioni di fondi europei nei prossimi due anni per il potenziamento dell'infrastruttura sociale e la sperimentazione di nuovi modelli di gestione.
 
Nella manovra del Governo si parla di tagli del 20% per le regioni. Come ha intenzione di rispondere la Campania?
“Bisognerebbe chiederlo a chi non ha ritenuto di assumere alcuna posizione quando, nel corso dell’ultimo incontro del 20 luglio a Roma tra il ministro Sacconi e gli assessori regionali alle Politiche sociali di tutta Italia, il sottoscritto decise di disertare l’appuntamento, in segno di protesta contro provvedimenti che irrimediabilmente avrebbero finito per peggiorare le già note difficoltà di vita dei ceti più deboli. Questa era e resta la mia posizione e quella della giunta Caldoro. Ancora attendo che eminenti addetti alle politiche sociali, amministratori e tecnici, si pronuncino su tale questione”.
 
Senza dimenticare la riduzione del Fondo nazionale delle politiche sociali e la cancellazione del fondo per la non autosufficienza…Quali prospettive per il 2012?
“Il 2012 è l'anno a partire dal quale i servizi alla persona non potranno essere più impiegati per alimentare sistemi clientelari più o meno noti. È il caso di molti servizi programmati dal Comune di Napoli e finanziati a valere sui trasferimenti regionali. Comportamenti discutibili, che sono parsi finalizzati più ad alimentare forme abusate di ammortizzatori sociali che ad erogare servizi essenziali”.
 
Cosa resterà e cosa, invece, si dovrà tagliare? Quali saranno le conseguenze?
“Dal 2000 ad oggi non si è mai affrontata la questione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS). È il momento per ogni Regione di definire necessità e gerarchia degli interventi. Penso alle cure domiciliari, per cui sono state già promulgate le linee guida, alla disabilità e alla sofferenza psichica, agli interventi per i minori e le famiglie, alle azioni di sistema rivolte alle giovani generazioni e a tutte le forme di fragilità sociali. Sono queste le nostre priorità. Si tratterà quindi di alleggerire fortemente l'infrastruttura burocratica e di apparato, a favore di interventi direttamente rivolti alle fasce di bisogno. Si tratterà, ancora, di monitorare costantemente l'esito dei servizi realizzati da parte dei Comuni associati, anche attivando forme di azione sostitutiva, peraltro già messe in campo”.
 
Ci sono specificità territoriali?
“Nelle zone metropolitane manca una programmazione degli interventi: si ragiona per emergenze. Nelle zone interne, invece, vi è la polverizzazione degli interventi. In entrambi i casi si ha un welfare riparativo. Perciò abbiamo deciso di affrontare il tema del socio-sanitario. Prima funzionava “la politica dei polli di Renzo”: Asl e Comuni, le une contro gli altri, a discapito di anziani, disabili, inevitabilmente abbandonati al loro destino, e con un sistema economico che finiva per contrarre debiti senza definire competenze e creditori”. 
 
Integrazione socio-sanitaria: a che punto è la Regione?
“In questo primo anno di governo regionale si è fatto moltissimo per arrivare ad un'integrazione. Tra i risultati concreti: linee guida per l'Assistenza Domiciliare Integrata (Adi); riassetto degli Ambiti sociali e dei Distretti sanitari in una logica di governance territoriale integrata, l’emanazione ormai imminente delle linee guida per la salute mentale. A ciò si aggiungono ulteriori interventi come il sostegno alla piccola e media impresa sociale impegnata nei servizi alla persona (25 milioni di euro); il sostegno all'infrastruttura sociale attraverso comunità tutelari per anziani e disabili (25 milioni); la diffusione territoriale, nei quartieri, di strutture di sostegno per i giovani e le famiglie (30 milioni); un sistema di interventi formativi per elevare il capitale umano della regione (circa 8 milioni); corsi di specializzazione per le professioni sociali (circa 3 milioni). Finora la Campania ha avuto un welfare residuale, noi vogliamo trasformarlo in  produttivo.
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