Diritto alla casa e niente discriminazioni sul lavoro: le richieste dei rom
Il diritto di parola sui propri problemi, ma soprattutto il diritto ad una vita dignitosa. Chiedono questo i rom intervenuti questa mattina a margine della conferenza stampa di presentazione del rapporto di Amnesty International sul Piano nomadi nella capitale. Tra chi accusa le associazioni di aver svolto il proprio lavoro per oltre vent’anni senza successo e chi crede nel loro operato, le loro storie raccontano innanzitutto il bisogno di vedere rispettato il proprio diritto ad una abitazione dignitosa.
Duro l’intervento di Najo Adzovic, ex portavoce di Casilino 900, secondo cui sulla situazione attuale delle comunità rom a Roma serve un’onesta autocritica su quel che è stato fatto fino ad oggi, sia da parte degli stessi rom, che da parte delle associazioni. Per Adzovic, nonostante la partecipazione di diverse famiglie e persone rom alla conferenza, manca ancora un vero e proprio protagonismo dei rom nella discussione e nella partecipazione alla risoluzione dei propri problemi. “Dobbiamo fare tutti un autocritica, noi rom e le associazioni – ha detto Adzovic -. Dobbiamo cominciare a fare qualcosa di innovativo e deve passare per la comunità stessa. I rom devono prendersi le proprie responsabilità. Ci sono sempre terzi che parlano al posto nostro, che dicono qual è il bene per noi”.
In una giornata in cui il Piano per i rom è stato aspramente criticato da Amnesty International soprattutto per la mancata consultazione di tutte le persone che sono state trasferite in altri campi o case d’accoglienza della città, Adzovic spezza una lancia a favore del Comune di Roma. “Casilino 900 è stato il primo campo che ha concordato con questa amministrazione il trasferimento – ha spiegato Adzovic -. Nessuno è stato abbandonato, nessuno è stato deportato e ogni rappresentante ha scelto la propria destinazione. Il percorso è quello del superamento degli accampamenti per la comunità rom”. Infine una provocazione rispetto ai dati contenuti nel rapporto riguardo la presenza dei rom nella capitale “Fino ad adesso non avete i dati precisi di quanti bambini vano a scuola, non avete i dati precisi di quanti rom vogliono lavorare, cosa stanno facendo queste associazioni, stanno dormendo?”. Diversa la testimonianza di altri rom intervenuti dopo la presentazione del rapporto di Amnesty. Per molti il ruolo delle associazioni che lavorano affianco ai rom è stato indispensabile, soprattutto per quel che riguarda la scolarizzazione e in alcuni casi anche dei percorsi di inserimento lavorativo.
Ma è il diritto ad una casa ‘fatta di pietra’ e a non essere discriminati sul lavoro quello che preoccupa di più oggi le famiglie rom che hanno raccontato la propria esperienza ai microfoni dei giornalisti italiani e stranieri. Come quella di Marius Alexandru, rom di origine romena, padre di tre figli e dal 2004 in Italia: “Non una casa che costa tanto, basta che sia una casa con i muri di pietra. È questo quello che voglio”. L’ultimo campo in cui hanno vissuto Marius e la sua famiglia è stato il Casilino 700, fino allo sgombero avvenuto lo scorso anno. Da allora sono ancora alla ricerca di una sistemazione. “Oggi siamo in via Prenestina, c’è una occupazione. Siamo in stanze di cartongesso, ma ci hanno detto che neanche lì possiamo stare. Prima siamo stati in altri campi, ma sempre sgomberati. Non siamo mai stati in una casa o in un appartamento”. La speranza di Marius, raccontata senza rancore, è quella di essere trattato con dignità e di poter lavorare per dare un futuro ai propri figli. “Speriamo che Dio guarda anche ai poveri che vogliono lavorare e non c’è dove andare. Vorrei tantissimo andare a lavorare, però sono un romeno e nonostante siamo nell’Unione europea mi chiedono ancora i documenti italiani”.



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