Malati? Solo agli occhi dei dottori. Viaggio nei reparti psichiatrici. Il commento

Mercoledì, 19 gennaio 2011 - 18:10:00

FORUM/ C'è chi accusa la psichiatria di essere una 'falsa scienza' che ogni giorno 'scopre' nuove patologie. Ti fidi dei medici? Di' la tua

IL COMMENTO/ Essere sani in posti insani del dott. Renato Palma, medico psicoterapeuta
(http://www.renatopalma.eu
)

Nel 1988 Feltrinelli pubblicò una raccolta di articoli curati da Paul Watzlawick con il titolo “La realtà inventata”.

Uno dei contributi magistrali fu quello di David Rosehan, il quale inviò in un ospedale alcune persone normali, per vedere se i medici dei reparti psichiatrici erano in grado di diagnosticarli.

Tutti si presentarono all’accettazione lamentando di sentire delle voci, come dei pensieri di vuoto, di perdita di senso, sintomi che potevano essere legati a problemi esistenziali.

Subito dopo essere stati ammessi in reparto, gli pseudopazienti cessarono di simulare qualunque sintomo e si comportarono “normalmente”.

Quando il personale chiedeva come si sentivano, dicevano di stare bene e di non avvertire più i sintomi.

Ciascun paziente aveva il compito di farsi dimettere convincendo i medici di essere sano e per questo, a detta del personale, si comportava in modo amichevole, collaborativo e non mostrava segni di anormalità.

Nonostante i tentativi, nessuno di loro fu scoperto.

Ammessi con una diagnosi di schizofrenia, furono dimessi con una diagnosi di schizofrenia in remissione.

I veri pazienti, invece, scoprivano la sanità degli pseudo pazienti, accusandoli di essere giornalisti o professori.

Come per i medici, dunque, anche gli psichiatri sono più propensi a definire malata una persona sana.

Ma una diagnosi psichiatrica bolla gli individui a livello personale, legale e sociale per sempre, tanto che qualunque comportamento del “malato” (collaborativo o aggressivo, verboso o taciturno, amichevole o appartato) conferma invariabilmente la diagnosi.

Rosehan decise di verificare i risultati della precedente ricerca cambiando le carte in tavola. Questa volta informò l’ospedale che nei successivi tre mesi avrebbe inviato uno o più pseudopazienti.

Stava all’abilità dello staff riconoscerli.

Naturalmente nessun pseudopaziente si presentò in quel periodo, ma su 193 pazienti uno degli psichiatri decise che ben 23 potevano essere pseudopazienti. Questo esperimento dimostrava due cose.

La prima è che la tendenza a dichiarare folli persone sane può essere invertita se è in gioco il prestigio e l’acume diagnostico dei medici.

La seconda è  che ogni processo diagnostico che si presti tanto facilmente a errori così massicci non può essere molto affidabile.

Date queste premesse sarebbe prevedibile un maggiore senso di responsabilità nell’etichettare le persone.

In ogni caso i comportamenti denunciati nell’articolo “Malati? Solo agli occhi dei dottori. Viaggio nei reparti psichiatrici.” non riguardano riflessioni sulle premesse della psichiatria, ma solo la magistratura.

Dieci giorni di extra-ordinaria follia, a cui ho assistito all'interno di un reparto ospedaliero di Psichiatria. Raccolgo notizie e dati, da cui ricavo che i “malati” ragionano, i medici urlano e prescrivono ad ognuno almeno 4 pastiglie al dì, farmaci che inducono in uno stato di pericolosa dipendenza, così al terzo giorno di terapie l'effetto si vede: ogni “malato” è disorientato e sbaglia camera, ma non urla né piange, tante salme dormienti che non disturbano...

In un altro ospedale la Psichiatria è mista. Uomini e donne nello stesso spazio, forse per legge appena ristrutturato con file di lucine colorate, spie dei vari impianti accese giorno e notte. Chi c'è entrato associa l'immagine alla pista di un aeroporto. In un altro reparto ancora, i medici si riuniscono in una stanza da cui vedono attraverso un vetro antisfondamento l'interno di una camera. Dalla camera si vede la stanza dove gli psichiatri decidono - mentre sanno di essere visti - il nome del paziente da dimettere, che viene scritto su una lavagna. Nella camera con vista sugli psichiatri i “malati” si accalcano contro la vetrata per scrutare le espressioni di chi ha in mano i loro giorni. L'edificio è circondato da una cancellata. La cancellata è protetta da una recinzione. Alla sommità della recinzione c'è una rete che chiude lo spazio verso il cielo, agganciata con cavi alla facciata. La rete impedisce che qualcuno scappi arrampicandosi sugli alberi. Dev'essere un postaccio, se prevedete che esseri umani tramortiti da psicofarmaci diventino scimmioni così disperati da lanciarsi dall'alto della cancellata rischiando l'osso del collo. Siamo in una regione governata dalla sinistra.

Entrare in un reparto psichiatrico è più facile di quel che s'immagini. Ho ricevuto informazioni e verificato. Età tra i 30 e 60 anni. Le “malate” più anziane vengono tutte dimesse prima delle altre nello stato evidente in cui sono state ricoverate. Classe sociale: bassa. Solitudine tra familiari distratti, o anagrafica dopo la morte dei genitori. Anni di cure. Perché ritornano? La terapia non stava approdando a nulla. Qualche parente, non troppo paziente, alza il telefono e sollecita un nuovo ricovero per un depresso, noioso, molto noioso.

 


VIDEO/ L'urlo lancinante di un ricoverato in un ospedale psichiatrico

 

Imparo che una una volta che una persona è stata “malato” psichiatrico - non necessariamente psicotico, problemi alimentari o depressione bastano – per qualunque motivo cerchi cure al pronto soccorso dal computer salta fuori il nome associato alla Psichiatria ed il “malato” sarà ricoverato lì. Succede anche a D. Stava acquistando una ricarica telefonica, le sue gambe hanno ceduto. Sola. Il tabaccaio ha chiamato l'ambulanza. D. avverte i volontari della pubblica assistenza di aver assunto un farmaco che, tra gli effetti collaterali, provoca il tremore. I militi si occupano di trasporto, le rispondono che lo dirà al medico dell'ospedale. Al pronto soccorso nessuno le crede e si prende la responsabilità di tenerla in osservazione. Chiedono se c'è posto nel reparto donne della Psichiatria. Funziona così. Rifletto sul pregiudizio che il “malato” psichiatrico deve subire la coercizione a vita.

Uno psichiatra conferma: “Ha ragione, esiste lo stigma della Psichiatria”. Ragiono: se i medici lo sanno, lo chiamano “stigma” - e gli psichiatri dovrebbero usare sempre parole appropriate -, perché si compiacciono di un marchio che nell'antichità s'imprimeva sulla fronte ai delinquenti o agli schiavi? Il significato, che non sfugge ad uno che di lavoro fa lo psichiatra, è spregiativo. Un segno distintivo, caratteristico. Se lo sapete... perché non far progredire la vostra intelligenza al fine di cancellare lo “stigma”?

Quando il “malato” viene trasportato alle ore 23 la psichiatra E.T., reperibile a casa, entra in reparto lamentandosi a voce alta di essere dovuta venire per convalidare un ricovero. E' intuitivo che persone insicure e fragili restino turbate nella notte dalle urla di un medico. Di fatto la convalida significa firmare moduli, lo specialista se ne va prima che la “malata” sia fisicamente in reparto. Il sabato mattina è peggio: pochi i medici di turno, tutti gli infermieri litigano tra loro: la sigla PDR diventa ossessiva, si deduce che c'entrano i turni di lavoro e la prenotazione della vacanza a Sharm di una collega. Dopo quattro ore la prenotazione si fa, e chissenefrega della reperibilità. Tutto il reparto è stato costretto ad ascoltare e non esulta. La “malata” I. osserva: Qui non si danno pensiero di parlare a voce bassa sapendo che ci sono persone che non stanno bene in salute. Quid pro quo, dottore?

Chi è sano sta al di qua o al di là dei vetri antisfondamento? Qui siamo in uno Stato con le frontiere chiuse come porte e finestre, dove tutto il potere è nella mente dei medici. Tra le “malate” non ci sono criminali. Forse tentano di esserlo, immaginano di esserlo. Nessuna è nata criminale, è stata resa “malata” da anni di sistematiche violenze psicologiche o fisiche, o entrambe. Ascolto le loro storie nei rari momenti, poco prima della manciata di farmaci, in cui nel corpo resta forza per parlare. Dentro sono morte. Il loro problema è che hanno bisogno di trarre più divertimento dalla vita.

 

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