Alzheimer, 36 milioni di malati nel mondo. Ma la diagnosi si fa ancora troppo tardi

Martedì, 13 settembre 2011 - 15:35:00

Prevenire l’Alzheimer è possibile. A fare la differenza nella vita di tre quarti dei 36 milioni di persone nel mondo affette da demenza sarebbero state diagnosi precoci e interventi tempestivi. Ma invece si è arrivati troppo tardi. È quanto rivela il Rapporto mondiale Alzheimer 2011 “I benefici di diagnosi e interventi tempestivi”, presentato il 13 settembre a Milano, Londra e New York, a meno di dieci giorni dalla XVIII giornata dedicata alla malattia, in programma il 21 del mese. A stilare lo studio è stata un’equipe di ricercatori coordinati da Martin Prince, docente all’istituto di Psichiatria del Kinng’s College di Londra. L’indagine mette in luce un dato allarmante: quasi tutti i casi di demenza –i cui sintomi sono l'alterazione della memoria, pensiero, ragionamento, linguaggio, orientamento, personalità e comportamento severo- sono stati riconosciuti e quindi curati con grave ritardo. Da qui, il peggioramento dei sintomi del paziente, così come dello stress dei familiari che lo affiancano. Pesanti sono le ricadute nella società e nel sistema sanitario. Se si facesse prevenzione, i governi nazionali potrebbero risparmiare 10 mila dollari per malato all’anno.
 
La percentuale maggiore, seppure del 20-50%, dei casi diagnosticati in tempo si concentra negli Stati ricchi. Mentre in quelli poveri, ciò accade soltanto per il 10% delle situazioni. Il quadro è aggravato dal fatto che molto spesso i sintomi dell'Alzheimer sono sottovalutati e fatti rientrare nel normale processo di invecchiamento dell'essere umano. Questo spiega l'urgenza di “strategie nazionali” ad hoc mirate alla “diagnosi tempestiva” e a un “percorso di cura”, dichiara  Martin Prince. Farmaci e trattamenti psicologici, si legge sul Rapporto 2011, migliorano le capacità cognitive, l'autonomia e la qualità di vita dei soggetti nella fase iniziale della patologia. A questo punto, “dobbiamo essere sicuri che tutti abbiano accesso a interventi efficaci già testati e disponibili -annuncia Marc Wortmann, direttore esecutivo della Federazione internazionale dell'Alzheimer (Adi).
 
In Italia si contano un milione di malati di Alzheimer. Di questi, 20 mila risiedono nel capoluogo lombardo. “Nel nostro Paese è urgente migliorare i servizi creando una rete assistenziale intorno al malato e alla sua famiglia che non li lasci soli ad affrontare il lungo e difficile percorso della malattia”, afferma Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, che riunisce e guida le 46 associazioni che a livello nazionale operano a sostegno dei pazienti e dei loro parenti.
 
Ecco alcuni consigli che il Rapporto dà a tutti i governi per fare fronte all'emergenza Alzheimer. Innanzitutto, promuovere corsi di formazioni rivolti a medici e altri operatori sanitari per sapere individuare prontamente la demenza. In secondo luogo, dare vita a un network di centri diagnostici specialistici in grado di formulare piani di cura. Terzo, diffondere il decalogo per la diagnosi messo a punto dall'Organizzazione mondiale della sanità e diretto agli operatori non specializzati. Infine, puntare sulla ricerca scientifica incrementando gli investimenti.  


ALZHEIMER, NEL 2050 I MALATI SARANNO 115 MILIONI - Nel 2050 i malati di Alzheimer nel mondo saranno 115 milioni. Uno scenario di certo non incoraggiante che il Rapporto Alzheimer conferma anche quest'anno come ha già fatto nelle scorse due edizioni. Nell'ottica della prevenzione, nelle nazioni più sviluppate il numero delle cliniche della memoria è in crescita. Nei Paesi Bassi, ad esempio, negli ultimi dieci anni si sono quintuplicate, i pazienti sono aumentati di otto volte, mentre la quantità di diagnosi precoci effettuate è passata dal 5% al 27%. Nel Regno Unito, invece, le diagnosi precoci rivelatesi efficaci sono salite del 63%. Continuano a rimanere più elementari e rudimentali gli strumenti di prevenzione adottati nelle zone povere del mondo. A causa del basso livello di alfabetizzazione, si fa largo uso di tecniche d'indagine basate su test cognitivi e domande informative.

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