Paralimpiadi. Pancalli (Cip): “Stiamo crescendo, sono orgoglioso di questi ragazzi”
“Ecco, vede: il limite è che tante volte non c’è un limite. E questo non fa bene al movimento paralimpico, rischiamo di farci del male da soli. Al contrario dobbiamo riuscire a equilibrare bene la parte promozionale, di proposta, con quella agonistica. Pensare ai giovani, ai ragazzi che si potrebbero avvicinare allo sport… Lavorare per creare loro delle opportunità”.
Un bilancio di questi decimi Giochi paralimpici invernali spetta d’autorità a Luca Pancalli, presidente del Cip, il Comitato italiano paralimpico, l’anima azzurra di questa grande manifestazione sportiva che si è appena conclusa in Canada. Lui, il presidente, sempre in viaggio tra Whistler e Vancouver dove c’erano i due “campi” di gara, poi le sere a Casa Italia, con le medaglie, fiori, gli applausi, i brindisi, per finire, l’altra sera, con un: “Ragazzi, sono orgoglioso di voi”.
Sette medaglie, l’oro proprio l’ultimo giorno, non tutte previste. Un movimento che cresce, una maggiore visibilità sui media. L’impegno dell’Inail ad investire di più, già per Londra 2012. Una medaglia, in fondo, se la merita anche lui, qui, a Vancouver. Una in più delle tante che ha vinto nel nuoto come atleta paralimpico: 8 ori, 6 argenti, un bronzo per quattro paralimpiadi nella sua vita di atleta. E anche oggi, parlando da dirigente sportivo, si sente che l’ha provato quel brivido, quella sensazione strana di avere vinto. Del risultato raggiunto. Ecco, ma per cosa? “Un dirigente sportivo non può limitarsi a contare le medaglie. Certo, fanno piacere. Servono. Ma non bastano: il mio compito oggi è un altro. Quello di dare una risposta globale ai giovani che vogliono avvicinarsi allo sport, creare delle strutture adatte, venire loro incontro con delle risorse economiche. Costruire un movimento che abbia futuro, e che sia a stretto contatto con i ragazzi e le ragazze disabili”.
Luca Pancalli, avvocato, ha quarantasei anni, e racconta che deve molto a quell’incidente che gli cambiò la vita. Era il 1981, era giovanissimo, tornò a casa dall’Austria - dove era andato a disputare una gara di pentathlon - seduto su una sedia a ruote. “Mi è cambiata la vita. In meglio” lascia scritto sui taccuini di tutti quelli che l’intervistano ricordandogli quel giorno. E oggi questa filosofia di vita, la applica al suo incarico da dirigente sportivo: “Forse non si vede, forse la gente non se ne può accorgere. Ma la vera medaglia è il sorriso che ho visto sulla faccia di molti campioni dopo una vittoria. Vedere i volti delle loro fidanzate, dei loro compagni. Non servono dei superman, né la rincorsa esasperata della prestazione sportiva: quella viene dopo, di conseguenza. Prima bisogna costruire il movimento, e noi lo stiamo costruendo giorno per giorno. Stiamo crescendo. Queste Paralimpiadi canadesi ne sono stata la prova”.



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