"L'Italia esporta strumenti di tortura". La denuncia di Amnesty International
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La Repubblica Ceca e la Germania, ma anche l'Italia sono tra i Paesi europei che consentono il traffico di armi che possono essere usate come strumenti di tortura. La denuncia arriva da Amnesty International, che ha stilato un rapporto insieme alla Omega Research Foundation, sui Paesi membri Ue che non riescono ad arginare il commercio di tali strumenti (manganelli arpionati, cuffie da elettroshock, spray chimici) nonostante la legislazione in materia.
L'Italia è finita nel mirino per la produzione di 50.000 polsini e manette che sui prigionieri scaricano cariche elettriche da 50mila volt: una lacuna giuridica ne consente infatti il commercio, spiega Amnesty, nonostante in tutta l'Ue sia proibita l'importazione e l'esportazione di cinture stordenti che sono molto simili. La denuncia di Amnesty riguarda numerosi Paesi europei e documenta per esempio come, tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca abbia rilasciato licenze d'esportazione per ceppi, armi da elettroshock, spray chimici; e la Germania nello stesso periodo abbia concesso licenze per catene da piedi o spray chimici.
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Oliver Sprague, direttore per la Gran Bretagna del Settore Armi di Amnesty International, ha fatto notare che "l'Ue non può applicare due pesi e due misure quando si tratta di torture: non può dire che aborre la tortura in ogni circostanza e poi silenziosamente consentire il trasferimento di armi che sono usate come strumenti di tortura". Amnesty chiede agli Stati membri e all'Ue di attivarsi per rendere efficace la legislazione in materia.
LE AZIENDE ITALIANE COINVOLTE - Defence System SRL, Access Group SRL, Joseph Stifter s.a.s./KG, Armeria Frinchillucci S.r.l e PSA Srl. Sono queste le aziende italiane specializzate in prodotti di elettronica, in armi o di difesa, presenti nel rapporto di Amnesty.
"Dal 2007 al 2010 - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - queste imprese hanno commercializzato prodotti che fanno parte di quello che noi chiamiamo il commercio della tortura, approfittando dei controlli inadeguati da parte dei governi. Non sappiamo se questi prodotti siano stati anche realizzati nel nostro paese: in ogni caso una delle modalità per aggirare le norme comunitarie è quella di far produrre all'estero. Possiamo dire comunque che le aziende italiane hanno offerto pubblicamente, soprattutto attraverso internet, bastoni elettrici o spray contenenti sostanze chimiche che possono infliggere dolore fisico e che hanno dunque un potenziale pericoloso di tortura".
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Sulla commercializzazione di strumenti di tortura c'è poi un problema legislativo. "In Europa - spiega il portavoce di Amnesty International Italia - esiste dal 2006 un regolamento che vieta la commercializzazione di strumenti per la tortura e stabilisce l'obbligo di segnalazione di tutte le licenze per l'esportazione a un registro dell'Unione europea. Ma dalla sua entrata in vigore dei 27 Stati membri pochissimi hanno dato seguito a questo obbligo: sono Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Lituania, Slovenia, Spagna e Regno Unito. E anche l'Italia ha adottato la normativa europea nel 2007. Comunque non esiste un diritto internazionale che stabilisca sanzioni e questo è, alla fine, il problema principale".
"Noi chiediamo una normativa più ristretta e vincolante e una proibizione chiarissima sull'import e l'export di prodotti che possono essere usate anche per torture - sottolinea Noury -. E anche delle sanzioni in caso di violazione del divieto. I controlli devono essere effettuati dai singoli Stati perché al di là di un registro europeo sono poi i singoli paesi che devono controllare le proprie frontiere. Il nostro paese ha dichiarato di non sapere che in Italia si producono strumenti di tortura: il fatto che siano solo commercializzati non è poi così rilevante se alcune aziende sono coinvolte in questo commercio. Il governo italiano ora lo sa".



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