Povertà, occupazione, diritti, ambiente. "La pace non è solo assenza di guerra"
| LA CAMPAGNA 'L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA'
Questa è l'Italia che amo, che festeggio e che voglio costruire.
La campagna "L'Italia ripudia la guerra" è promossa dalla Tavola della pace, dalla Rete italiana per il disarmo e da numerose altre associazioni. Aderisci anche tu!
Invia la tua adesione alla Tavola della pace, via della viola 1 (06122) Perugia - Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 - email segreteria@perlapace.it Appendi alla tua finestra la bandiera della pace, scatta una foto e inviala all'indirizzo: redazione@perlapace.it |
La pace non manca solo quando è in corso un conflitto
ma anche quando le risorse non vengono spese per lottare contro la povertà e la disoccupazione ma per costruire cacciabombardieri, oppure quando non si investe abbastanza sulla formazione dei giovani e non si rispettano l'ambiente. Ne è convinto il coordinatore nazionale della Tavola della Pace, Flavio Lotti, che sceglie Affaritaliani.it per presentare la campagna "L'Italia ripudia la guerra", lanciata in occasione della presentazione dell'Atlante della Guerra e dei Conflitti del Mondo.Qual è l'obbiettivo della campagna?
"La campagna 'L'Italia ripudia la guerra' ha un obbiettivo ampio: vorremmo celebrare i 150 dell'Italia e i 50 anni della Marcia della pace Perugia-Assisi ricordando la nostra Costituzione e in particolare l'articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra. Vogliamo ribadirlo provando a declinare non solo il rifiuto della guerra ma anche l'impegno di pace. Nel nostro appello abbiamo indicato 5 modi concreti attraverso cui il nostro paese può in concreto ripudiare la guerra: lottare contro la povertà, tagliare le spese militari, rispettare i diritti umani, investire sull'educazione, prendersi cura della terra".
La pace dunque non è solo assenza di guerra?
"Sì, la pace non va intesa solo come assenza di guerra. Non è vero che c'è pace solo quando non c'è conflitto, la pace manca anche quando non hai da mangiare, quando le risorse non vengono spese per lottare contro la povertà e la disoccupazione ma per costruire cacciabombardieri. Oppure quando non si investe abbastanza sulla formazione dei giovani, quando non si rispettano i diritti fondamentali delle persone. E inoltre se uno vive dove l'aria è irrespirabile e l'acqua non si può bere non sta in pace".
Su quali aspetti l'Italia è carente?
"In Italia siamo carenti nella lotta alla povertà (il numero di famiglie povere continua a crescere: oggi sono 9 milioni), siamo l'ultimo dei paesi sviluppati per risorse dedicate alla lotta alla povertà nel mondo, anche quest'anno spenderemo tra i 24 e i 25 miliardi di euro per mantenere l'apparato militare con 180-190 soldati (di cui al massimo poi se ne impiegano 30mila) e spendiamo decine di miliardi per costruire aerei e cacciabombardieri. Siamo tra i paesi europei che investono meno nella formazione e nella cultura (basti pensare ai tagli all'università), non riconosciamo i diritti fondamentali a quel milione di bambini nato in Italia da genitori stranieri senza avere i diritti fondamentali. E per quanto riguarda l'ambiente produciamo troppi rifiuti e ne ricicliamo troppo pochi e stiamo per sottoporre l'acqua, che dovrebbe essere garantita come diritto fondamentale, a un referendum".
Come valutate la partecipazione del nostro paese alle missioni dell'Onu?
"La partecipazione dell'Italia alle missioni dell'Onu è estesa anche se l'unico paese dove siamo coinvolti direttamente in una guerra è l'Afghanistan, mentre negli altri paesi dove sono presenti soldati italiani si tratta di interventi all'interno di missioni si stabilizzazione della situazioni dopo un conflitto, come per esempio sta accadendo in Libano. Quella dell'Afghanistan è un'operazione di demagogia e di deformazione della realtà perché non c'è nessun altro paese al mondo che chiami quella una missione di pace. In Afghanistan ci sono due missioni internazionali, una delle Nazioni Unite a sfondo umanitario e un'altra multinazionale a guida degli Stati Uniti che è invece un'operazione militare in risposta agli attacchi dell'11 settembre: l'Italia partecipa in parte a entrambe le missioni anche se gli oltre 4mila militari italiani in Afghanistan sono quasi completamente inquadrati nella missione degli Stati Uniti".
In quali altri paesi sono presenti i nostri militari?
"I nostri soldati partecipano alle missioni dell'Onu in 30 di paesi nel mondo: sono paesi dove le Nazioni Unite sono intervenute a seguito di una guerra oppure, come è accaduto in Libano, a sancire la conclusione di un conflitto. Soldati italiani sono presenti in quasi tutti i fronti dove c'è stato un conflitto e dove l'Onu ha deciso di intervenire e si tratta di missioni di pace: Albania, Bosnia, Marocco, Cipro, Congo, India e Pakistan, Somalia, Egitto, Sudan. Un altro esempio particolare è quello dei territori palestinesi: ci sono dei soldati italiani, poche decine, a Hebron dove c'è un conflitto permanente tra i coloni e i palestinesi. E c'è una missione delle Nazioni Unite in Darfur dove eravamo presenti anche noi, simbolicamente, con 28 soldati, all'interno di una operazione per tentare di controllare la situazione, che purtroppo ancora è tutt'altro che risolta. Si tratta di presenze simboliche in tante zone e l'Italia ha mandato pochi soldati".
Sostenete dunque le missioni di pace?
"Noi sosteniamo tutte le missioni di pace dell'Onu ma solleviamo un problema riguardo all'Afghanistan. Noi siamo d'accordo con la missione delle Nazioni Unite per proteggere i civili mentre constatiamo che l'Italia partecipa alla guerra che è in corso e noi fatichiamo anche a proteggere i nostri soldati. Il governo deve smettere di fare la guerra e ridefinire gli obiettivi della presenza internazionale nel paese perché crediamo che la popolazione non debba essere abbandonata. Dobbiamo riconvertire il nostro intervento. Spendiamo 700-800 milioni di euro l'anno: oltre il 90% dei soldi sono usati proprio per la presenza militare e solo il resto va agli aiuti concreti alla popolazione. Un esempio diverso è quello del Libano, dove c'è un alto numero di nostri militari (l'anno scorso erano 1900) e dove c'è una guerra latente. Noi siamo andati lì dopo la guerra del 2006: l'Italia si è adoperata insieme all'Onu per un accordo per mettere fine ai combattimenti e alla fine la comunità internazionale anche grazie all'allora governo italiano è riuscita a raggiungere un accordo di pace che prevedeva una presenza anche di un contingente di caschi blu. Quella missione, che va avanti ormai da tre anni, è riuscita a stabilizzare la situazione anche se naturalmente non può risolvere il problema a livello politico e per questo è ancora considerato un paese in conflitto".
Stefania La Malfa



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