Mobbing, 5 anni di inferno per una dirigente della Pa

Giovedì, 9 dicembre 2010 - 08:35:00


Di Tiziano Marelli

mobbing

E' da poco in libreria - con la prefazione di Lucia Visca, presidente della Commissione Pari Opportunità della Fnsi - "mobbing storia di una donna che non si arrende". L'autrice, Caterina Ferraro Pelle, è anche la protagonista della vicenda: una dirigente della Pubblica Amministrazione romana che, apparentemente per futili motivi, diventa improvvisamente feroce bersaglio dei vertici della struttura nella quale opera professionalmente. Il volume è una cronaca carica di intense emozioni e narra di continui trasferimenti, vessazioni, costrizioni all'isolamento oltreché di vere e proprie aggressioni e intimidazioni subite in un ampio e incredibile lasso di tempo.
In pratica, un incubo che sembra non finire mai. Tutto il racconto è anche la vicenda umana di una donna che si mostra decisa a reagire e a rispondere colpo su colpo: dal punto di vista psicologico e spirituale ma anche concretamente, disponendosi ad affrontare - e a vincere, alla fine - le faticose battaglie che la vedranno combattere in tribunale, ottenendo anche il reintegro al posto di lavoro. Alle parti autenticamente drammatiche si alternano brani nei quali la coraggiosa autrice analizza - viene da dire "freddamente": sforzo e sofferenza sono evidenti, visto che lei stessa ne è interprete - il fenomeno (deleterio e sempre più diffuso) del mobbing, fornendo suggerimenti pratici per affrontarne coraggiosamente la condizione: in pratica, una "guida di autodifesa" utilissima soprattutto in tempi come questi, dove la sicurezza del posto del lavoro è messa in discussione continuamente e anche - il libro ne è l'esempio lampante - nei modi più crudeli. All'autrice, Caterina Ferraro Pell,e abbiamo rivolto qualche domanda.

Nel libro, la sua storia di vittima del mobbing dura circa cinque anni e mezzo: un tempo lunghissimo. Immaginiamo che la tensione abbia potuto anche creare nel tempo problemi personali di salute. Qual è la situazione oggi?
Indubbiamente i problemi ci sono stati, eccome. Adesso però, rispetto a qualche tempo fa, va un po' meglio, anche se difficilmente riesco a dormire senza svegliarmi più volte durante la notte e devo seguire una dieta controllata. Ma grazie al libro (e alla casa editrice che ha deciso di pubblicarlo), grazie al fatto di aver trovato la forza di parlare di me stessa, di rivelarmi, di uscire dalla prigione (almeno idealmente) sto lentamente migliorando. La cosa più terribile è che nella mia giornata di lavoro attuale non è cambiato nulla; anzi, se possibile la situazione è peggiorata. Sono stata di nuovo trasferita e in pratica "dirigo me stessa" (che bel neologismo, eh?) in un ufficio fantasma. In più qualcuno ha anche paventato che possa essere a rischio la mia retribuzione. Una battaglia che sembra non finire mai.
 
Nel complesso, la situazione che lei ha vissuto e che sta vivendo sembra incredibile. Ha provato a darsi una spiegazione?
Certo. Nelle aziende private il dipendente indesiderato si allontana con un premio, lo si invita a lasciare il posto di lavoro avanzandogli una proposta, una sorta di patto di non belligeranza: poiché non c'è una giusta causa che legittimi il licenziamento, normalmente - e questo avverbio mi suona già allarmante - si costringe la "vittima" a presentare una lettera di dimissioni in cambio di una somma di danaro o della continuazione del rapporto per un tempo limitato, attraverso un contratto esterno. Nella Pubblica Amministrazione, almeno fino ad ora, siamo più garantiti e il licenziamento rappresenta una misura estrema da applicare solo in caso di violazioni molto gravi dei doveri istituzionali. Assolutamente non è previsto l'esonero dal lavoro "barattato" con un assegno, e l'unico modo per disfarsi di un dipendente è costringerlo a dimettersi sottoponendolo a prove estenuanti per la sua psiche, fino a farlo crollare. In pratica, un metodo coercitivo basato su modelli di improbabile stampo autoritario, ma che in genere - alla lunga - funziona. Chi ha la possibilità di mantenersi con altre fonti di reddito (ho potuto verificarlo dall'esperienza di altri colleghi) alla fine va via e abbandona il campo. E' triste dirlo, ma "vincono" loro quasi sempre. Quasi, perché con me non ci sono ancora riusciti, né credo ci riusciranno.


Più in generale rispetto al suo caso, pensa che il mobbing si possa prevenire?
E' difficile dirlo. A volte il pretesto dal quale parte la persecuzione è banale, insensato. Ma, se non si pone rimedio all'istante la situazione precipita, con le drammatiche conseguenze dell'effetto-valanga. La prevenzione dovrebbe basarsi su uno screening all'interno delle aziende, che consenta di misurare il livello di benessere del lavoratore. Le norme in vigore, però, non offrono tutele sufficienti. Intanto non si parla di mobbing, ma di "stress da lavoro correlato", e questo la dice lunga sulla volontà del legislatore di spostare l'attenzione dalle torture psicologiche - che dovrebbero essere represse e sanzionate in quanto evidente  reato - a uno stato di malessere più ordinario. Lo stress, si sa, può essere perfino positivo e diventa eustress quando le condizioni che lo provocano sono tali da condurre alla soddisfazione finale. Non è un caso che la normativa legale vigente ignori il problema e tenda a declassare il mobbing alla stregua di un vizio sociale, un fatto quasi privato da trattare e risolvere all'interno dell'ambiente lavorativo nel quale si crea.
 
Ha un'idea di quanti lavoratori possano essere vittime del mobbing in Italia?
Stime attendibili sono pressoché impossibili. Mi sono ampiamente documentata e ho scoperto che i primi studi sul fenomeno sono apparsi in Svezia intorno al 1990: un tempo relativamente breve, quindi, perché si possano azzardare analisi di ampio respiro. Da allora si è diffuso un certo interesse verso il mobbing, fenomeno che in altre nazioni ha suscitato allarme nelle istituzioni per le conseguenze sulla salute di chi lo subisce. Fonti giornalistiche parlano di un numero di vittime, in Italia, addirittura superiore al milione. In più, esistono ancora pochi centri ospedalieri e d'ascolto specializzati per la cura e prevenzione del disagio lavorativo. Non mi risulta che istituti di statistica  abbiano raccolto o elaborato dati con metodi scientificamente attendibili. In ogni caso, immagino che qualunque numero fotografi una situazione non aderente alla realtà. Credo che chi si rivolge ai centri specializzati o agli sportelli di ascolto perché colpito da mobbing sia solo una minima rispetto all'universo reale delle vittime.
 
Quindi si può parlare di sindrome da mobbing. Quali sono i sintomi del malessere?
Nel mio libro a un certo punto parlo delle formiche, che sono operose per antonomasia. Quando una formica perde le antenne è subito isolata dal gruppo, non ha più alcuna possibilità di interagire con la sua comunità e in breve tempo muore. Definirei la sindrome del mobbing come "sindrome della formica senza antenne", e spiego perché. Sebbene la morte sia l'esito estremo dell'estenuazione cui conduce il protrarsi di torture psicologiche, si contano purtroppo molti suicidi tra i lavoratori colpiti dalle patologie conseguenti all'azione mobbizzante. Basti pensare a quanti decessi si siano verificati in France Telecom. I sintomi sono soggettivi, ma la depressione è certamente un disturbo comune a tutte le vittime, nonché una delle prime avvisaglie che qualcosa nell'organismo sta guastandosi. La depressione difficilmente è riconosciuta in tempo per essere almeno fermata. Ci si sente "un po' giù",  non si pensa subito di stare davvero male né di aver bisogno di cure mediche urgenti. Spesso, neppure chi ci sta vicino si accorge del disastroso vortice nel quale si sta per precipitare. E' così che si scatena l'effetto-valanga di cui parlavo prima. Credetemi: il mobbing è una vera e propria piaga sociale, che fra l'altro comporta costi elevatissimi per la collettività. L'unica cosa che assolutamente non si può fare è sottovalutarne la portata.
 
Si può immaginare che nella vita di un mobbizzato ci sia un "prima" e un "dopo": che cosa le manca di più della sua vita di "prima"?
L'attaccamento al lavoro, senz'altro. Ma forse, arrivata a questo punto, non credo sia da considerare del tutto un male.

Caterina Ferraro Pelle
"mobbing
storia di una donna
che non si arrende"
Edizioni Memori

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