Il carcere? Una tortura
di Paola Severino, ministro della Giustizia
Un uomo in carcere è un uomo sofferente che deve essere rispettato. Oggi il carcere è una tortura, più di quanto non sia la detenzione stessa, che deve comunque portare alla rieducazione. Vogliamo intraprendere un cammino che vuole mettere insieme piccole misure che complessivamente potrebbero dare sollievo ai detenuti. E questo perché il carcere deve essere un luogo di redenzione e non di inutile sofferenza.
La detenzione deve essere l’ultima spiaggia, l’estrema ratio quando non si possono più percorrere le altre strade. Vogliamo un rovesciamento di proporzioni. Vogliamo riservare il carcere solo quando l’esigenza di difesa sociale prevale. Il carcere, insomma, solo quando altre misure non possono essere sufficienti.
Credo che i tossicodipendenti vadano curati per intraprendere un cammino di redenzione. Ma vanno allontanati dall’ambiente da cui si è originata la dipendenza. Le alternative al carcere ci sono, ma prima di fare una proposta di legge voglio approfondire, verificare i numeri e le varie possibilità. Non vogliamo varare misure palliative quando il problema va approfondito alla radice.
Stiamo lavorando sul lavoro carcerario. Il detenuto che impara a fare un lavoro è un detenuto semi-salvato, che ritroverà in sé le risorse per riprendersi. E’ straziante vedere i bambini che sono in carcere con le loro madri. I bambini non si possono alzare la mattina e vedere le sbarre. E’ una pena immensa. Per i bambini figli delle detenute stiamo attivando sistemi alternativi.
E sulla questione degli immigrati in carcere, una delle soluzioni ipotizzate è quella delle convenzioni bilaterali con i Paesi di origine, nell’ottica di un ritorno nel loro Paese.


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