Il Nordest allo sbando di Massimiliano Santarossa
LO SPECIALE

"Hai mai fatto parte della nostra gioventù?", l'arrembante nuovo romanzo dell'ex operaio e falegname Massimiliano Santarossa, in uscita in questi giorni per Baldini Castoldi Dalai, è un romanzo velocissimo, incalzante, dove il lavoro, lo sballo, i rave party, la notte labirintica, l’amore tradito e l’amicizia contraffatta ma fraterna fanno da sfondo all’esistenza sciagurata di quattro figli del nostro tempo. 
Santarossa
![]() La copertina |
L'AUTORE - Massimiliano Santarossa è nato l’11 settembre 1974 a Villanova (Pordenone). Ha pubblicato i libri Storie dal fondo e Gioventù d’asfalto (Biblioteca dell’Immagine). Prima di dedicarsi alla scrittura è stato falegname e operaio in una fabbrica di materie plastiche, e ha trascorso buona parte della propria vita a diretto contatto con i personaggi delle sue storie. Ha vinto il premio letterario Parole Contro nel 2008 e ha ricevuto la menzione speciale del premio letterario nazionale Tracce di Territorio nel 2009. I suoi libri sono stati oggetto di diverse rappresentazioni teatrali.
IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT
(per gentile concessione dell'editore)
Io sono il Vez. E questa è la storia di settantadue ore trascorse sull’asfalto del Nordest. Ho camminato e vissuto assieme a Nic, Giò e Mike. Uniti come fratelli di strada. Noi siamo la cerniera tra l’inferno e il mondo. Andiamo con sbandati, drogati, puttane, spacciatori. E stiamo anche con voi. Solo che non sappiamo più cosa è peggio e cosa è meglio. Tu hai mai fatto parte, almeno una notte, della nostra gioventù?
Guardo l’orologio appeso a questo muro marcio, in questa stanza diroccata di questo palazzo popolare. È mezzanotte in punto. Giovedì. Con la mano che trema afferro la mia boccetta di vetro scuro. Mi è amica. Tolgo il tappo, rovescio, attendo che escano. L’acqua nel bicchiere si raccoglie in piccoli cerchi. Sono miei. Li vedo ogni sera. Diciotto gocce di valium. Stanotte ascoltami. Ti prego. Ascoltami. Lo sai che cosa devi fare, vero? Sì, tu lo sai che cosa devi fare. Buonanotte. Un’alba invisibile annuncia il venerdì. Parte la sveglia. Il suono metallico mi infilza il cervello. Te lo avevo chiesto. Sono mesi che te lo chiedo, a voce bassa e cuore spalancato: «Non farmeli riaprire,
gli occhi. Mai più. Se ci sei, prendimi. E dimenticami ». Ma tu non ascolti.
Ho un sapore dolciastro in bocca. Le pupille non inquadrano quasi nulla. Ma ora il cuore è lento. Calmo. Non vuole uscire dal petto. È già qualcosa. È ora di alzarsi. È ora di tornare laggiù. Esco dalla camera, mi trascino lungo il corridoio fino a una finestra e mi fermo a osservare l’inizio del mio nuovo giorno. Fuori è ancora buio. Il vento spazza le ultime foglie in girotondi rossi e marroni. Da un cielo smaltato cadono gocce di ghiaccio. Gli alberi allineati nei campi ballano, puntando le dita dei rami come per forare il nulla. In lontananza un nuvolone nero rotola su se stesso, si avvicina. Apro la porta con una manata. Entro nell’unica stanza in cui mi sento bene, il cesso. Mi avvicino al lavandino mezzo marrone, mi ci appoggio per reggermi in piedi, alzo gli occhi e guardo il mostro allo specchio. Il valium ha sempre il solito effetto. Mi chiude gli occhi. Mi liscia la pelle. Mi ingrassa. Mi calma. Soprattutto mi calma. E conta solo questo, adesso. La calma. Guardo a sinistra dello specchio e vedo il quadro con il puzzle del Nordest, appeso lì non so nemmeno perché. Ricordo di averlo costruito pezzo per pezzo anni fa; il regalo di qualcuno che di sicuro mi voleva male. È colorato di verde in pianura e di marrone in montagna. Ma è solo un disegno. Una bugia. Perché là fuori è tutto un mare di asfalto, cemento, ruggine. Il Nordest è una Los Angeles che parte dalle montagne sopra Trento, scende giù verso il piccolo Friuli, abbraccia Udine e Pordenone e si allarga verso il Veneto, ingloba Treviso e corre verso Venezia e Padova e Vicenza e Rovigo. Non finirà mai di allargarsi. Nel mezzo di tutto questo ci sono io, che mi specchio dentro il cesso di una casa popolare. Minuscolo. Lavoro da cinque anni e ho appena girato i venti. Al capannone c’è un cartello che sventola proprio sopra le nostre teste: IL LAVORO NOBILITA L’UOMO. Eccomi qua, l’uomo. Cerco di corsa i vestiti, non li trovo. Mi rigiro fra queste mura che veloci si fanno gabbia. Inizio a saltare come un gatto bagnato. Cresce l’ansia. Il respiro diventa affannoso. «Dove cazzo sono i vestiti?» Se non mi sbrigo anche oggi mi cadranno addosso le bestemmie del capofabbrica. Eccoli. Eccoli. Ecco. Stringo i pugni. Perché cazzo continua a lavarli. Non ha capito che l’operaio deve puzzare? Se vogliono usarmi per la vita, devono sorbirsi il tanfo dei miei vestiti lerci. Di questi vestiti di merda che indosso da dodici giorni filati. Almeno questo. Almeno. Scendo le scale. Entro in cucina e trovo la schiava che serve il dittatore.
«Io lavoro», le ripete lui con il petto gonfio, «tu governi la casa e pensi ai figli.» Educare. Lavare. Stirare. E di nuovo educare. Questo è il motto della nostra famiglia. Eccomi. Ecco il risultato del motto. «Ciao», dice la schiava quando le passo accanto. Non rispondo. Non me ne frega niente. Mi innervosiscono e basta. La voce stridula della schiava mi innervosisce. La voce roca del dittatore mi innervosisce. Li guardo. Lui è piegato sulle brioche confezionate;
ha i baffi di latte, pare un bambino di cento chili. Lei ha la solita vestaglia che si toglierà solo prima di pranzo. Li sento bofonchiare. Il dittatore, con la bocca piena, stabilisce i compiti della schiava. Le organizza i secondi, i minuti, le ore della giornata. Mentre ordina sbava da tutte le parti, e lei gli pulisce la bocca, raccoglie i resti del cibo, strofina il tavolo, annuisce a tutto. Più li osservo, più l’odio sale. Apro lo sportello del frigo. È stracolmo di ragùstar: sedici vasetti. Cocacola sfatta: sette bozze tutte aperte. Sottilettetigre, alcune con filamenti verdi: pacchi su pacchi. E cioccolata, merendine, yogurt, sottaceti che galleggiano da mesi come pesci morti. In fondo, quattro grossi pezzi di formaggio su cui la muffa ha messo casa. Voi, cari genitori, state depredando il mondo. Sbatto lo sportello. Faccio per andarmene. A stomaco vuoto. «Ehi, villano, tua madre ha detto ciao», tuona il dittatore.
Non rispondo. Esco. Nemmeno dieci metri e sono già in garage. Tiro un calcio al portone di lamiera. Si spalanca di
botto urtando il paraurti del mio gioiello. «Se quei due non mi rompevano i coglioni, ’sta stronzata
non accadeva», urlo ancora immerso nel buio. L’effetto del valium è svanito. Dura sempre meno. Ma almeno mi fa dormire. È la mia unica soddisfazione, dormire. Adesso il cuore pompa forte. Il mio cuore vuole fuggire da me, penso avvicinando la mano destra al petto come per trattenerlo. Con la sinistra accendo la luce e mi getto in ginocchio vicino al mio amore d’acciaio. Guardo, nulla. Non ha nulla. Tutto ok. Ok. Il cuore rallenta un po’. Salgo, mi allungo sul sedile, respiro a fondo per allontanare l’affanno che mi chiude la gola, metto in moto e aspetto che la turbina si scaldi. Uno turbo dell’ottantasette color fuoco. Vecchia di otto anni, ma pare nuova. L’unica mia gioia. Il suo urlo mi placa, il suo urlo mi rende felice. Senti qua la popoff come sfiata. Senti qua la turbina come fischia. Senti qua la supersprint come canta. Sentite signori. Sentite. (continua in libreria)



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