Carcere/ Un nido tra le sbarre: a Torino le mamme detenute avranno una nuova "casa"

Lunedì, 9 agosto 2010 - 12:15:00
LE STORIE - L’aria è calda nella sezione femminile della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. Il termometro ha raggiunto i 34 gradi e non si respira. Le due mamme arrivano da paesi differenti, ma hanno lo stesso sguardo. Sono giovani entrambe, una ha con sé il proprio bambino, l’altra è scesa, nella saletta dove abbiamo il colloquio, da sola.

Una è romena, l’altra nigeriana. La ragazza dell’est ha in braccio il suo bimbo, che come un gatto cerca tutto il tempo di divincolarsi. Dicono che per un piccolo di quell’età crescere in un ambiente come il carcere gli pregiudicherà tutta la vita. Nel “nido”, gli ambienti vogliono essere meno duri, più aperti, meno simili a un carcere, ma tanti elementi portano a non farlo credere: la mancanza di figure maschili, la costante restrizione, la vista delle sbarre, l’ambiente innaturale e angusto.
 
“Lui è nato in carcere, ha un anno e mezzo”,  racconta la mamma romena, indicando il suo bambino. La donna ha 34 anni, fuori ha altre tre figlie di 14, 12 e 7 anni. Racconta che la vita quotidiana lì è dura: i bimbi vanno all’asilo, sono portati all’esterno da assistenti volontari, “altrimenti con l’aria di 2 ore al giorno non si possono divertire”. La loro giornata è routine: si svegliano, fanno colazione, la doccia, vengono vestiti e vanno fuori, al parco, nei giardini, tornano alla mezza, mangiano e dormono, alle tre vanno all’aria poi in sala giochi, le mamme stanno con loro, alle otto la cena.

Chiediamo alle madri se possono partecipare alle attività della casa circondariale: “Possono lavorare, ma qui a Torino no. A Roma ci sono puericultrici che tengono i piccoli e le mamme lavorano. Qua, per noi, non c’è niente” . Il carcere, dicono tutte, non è un posto adatto ai bambini: non c’è spazio, è tutto in ferro. “Letti in ferro dove sbattono. Si vedono chiusi, si sentono chiusi. In Romania non c’è un carcere per bambini, si va agli arresti, o si va in una comunità, il piccolo rimane in custodia dal papà. Per i bambini le leggi sono diverse: comunque non entrano in carcere”. Le suore e i volontari sono un grande aiuto per le mamme: portano fuori i piccoli, li fanno giocare. Ma non è sufficiente.
 
La ragazza nigeriana ha 29 anni, lo sguardo triste e angosciato. Anche la voce è trascinata, il suo italiano misto all’inglese rivela il suo smarrimento. Il suo bambino ha 8 mesi, è in carcere da maggio: è entrato con lei. Non le piace il posto. In Nigeria non mettono in carcere i bambini, racconta, o meglio non si finisce in carcere per il reato da lei commesso, “documenti” , dice. “Voglio andare a casa, non mi piace qua. Mio figlio non mangia bene: solo pasta e focaccina. Sempre stesso tipo di frutta. Non ho fatto niente di male per stare qua”. “Quando l’agente chiude la cella, la sera, mio figlio dice “no, no, no”. Questo non va bene, non mi piace. Non è che scappo se non chiudi la cella, ma le regole sono regole”. Che è dura si vede: e che i figli paghino per i peccati delle loro madri, sembra a tutti evidente. È un fardello pesante… “Spesso mio figlio si avvicina al cancello – interviene ancora la giovane rumena – e mi chiede di uscire: il mattino è più agitato, quando vede la porta chiusa vuole andar via. Non è facile per lui, perché già sa che starà chiuso. Penso che sentano: i bambini lo sanno, anche quando vengono a fare i colloqui sanno che poi devono rientrare… Mio figlio magari rimane con il trauma per tutta le vita se vede un poliziotto. Cresce col trauma. I piccoli pagano per noi: abbiamo sbagliato noi, non loro. Non devono essere qua; un conto è chi fa bambini per andare a rubare, un conto è chi sbaglia e può darsi che non sbaglia più”.

Nella casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino è previsto un apposito padiglione della sezione femminile per i bambini fino a 3 anni detenuti con le madri. "Una sezione ordinaria che è stata modificata nei colori, dove sono stati aperti varchi in modo da ricavare degli spazi", spiega il direttore Pietro Buffa. Restano blindi e cancellate e, anche se i muri sono verniciati con colori il più possibile vivaci  per rendere l´ambiente più accogliente e l´arredo non è quello standard delle celle, (ci sono ad esempio i lettini per bambini) si è pur sempre all´interno di un padiglione detentivo femminile. "Da qualche tempo a questa parte, sulla base di una sensibilità più generale rispetto alla questione dei bambini in carcere - racconta il direttore - sono nati dei movimenti d'opinione in merito. A Milano si è avuta una prima sperimentazione, approfittando della disponibilità della provincia, che ha lasciato all'amministrazione una struttura da utilizzare. L'idea è stata quella di costituire un settore che pur occupandosi della detenzione delle mamme, fosse il più distante possibile come architettura, da uno stabilimento carcerario".

Due sono le esigenze: una vita che abbia un senso anche per i bambini e un sistema di sicurezza adeguato. Esigenze non semplici da coniugare: "Perché - sottolinea Buffa - è pur vero che una porta va messa". A Torino comunque, qualcosa bolle in pentola:  "La soluzione si è prospettata quando l´amministrazione penitenziaria ha ottenuto dal demanio, e poi dal comune, diverse decine di alloggi per il personale. Si è quindi verificato lo sgombero della casa demaniale, adiacente al plesso penitenziario, ma fuori dal muro di cinta. Una palazzina che servirà ai semiliberi, mentre l'ultimo piano potrebbe essere adibito a "settore nido", per ospitare una custodia attenuata per mamme detenute insieme ai figli".

Bimbo in carcere

Il modello è l'Icam di Milano. "Ci sono lavori da fare, ma non si tratta solo di un problema di ristrutturazione; non si tratta solo di costruire muri, ma è cosa metti dentro che fa la differenza. Per quanto riguarda i muri, e questo è lo stato dell´arte, stiamo lavorando al progetto di richiesta di fondi alla Cassa delle Ammende: tre tranches di finanziamenti di 50mila euro per le parti giorno, notte e ristrutturazione di un prato (non giardino), per i bimbi". La richiesta di 150 mila euro non è però sufficiente in sé: la struttura infatti dovrebbe essere pensata in modo da richiamare una casa, una comunità". Con delle attività: "Al momento vi sono quelle tradizionali: ad occuparsi delle donne vi sono le suore,  i volontari di telefono azzurro, Stella Stellina del Comune che anche continuerebbe a lavorare con noi per fare uscire i bambini, aiutando le mamme per parte della giornata".

A venire incontro al progetto, Ikea, che ha dato già ampia disponibilità ad arredare la struttura; il Comune di Torino che regalerà le piante per il giardino. E poi,  fondazioni e associazioni , finanziatori privati disposti a coprire sia la parte che ancora rimane che quella progettuale. Il personale da impiegare sarebbe quello già esistente".

Il numero delle mamme detenute varia: si va da un minimo di 1 o 2 bambini a un massimo di 10-15 in contemporanea e i periodi di permanenza sono molto variabili. Il calcolo per la struttura nuova è di circa 14 posti mamma-bambino, considerato che alcune donne potrebbero avere 2 figli da tenere con sè. La provenienza? Le mamme sono mediamente più straniere che italiane: nigeriane o comunque africane, slave, qualche italiana, non moltissime, poche - se non rare -  le arabe. I reati? "I più diversi: droga, furti e così via".  Per quanto riguarda invece i tempi per la realizzazione del progetto torinese: "Dopo il finanziamento, partiranno i lavori, e se tutto va per il verso giusto, nella primavera del 2011 dovremmo essere pronti".

“Qui ci sono spesso mamme rom che risiedono nei vari campi (strada Aeroporto, Collegno) e poi  nomadi romene che arrivano dal loro paese o comunque dall’estero”. A raccontare le storie del nido della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino è Maria Franchitti, educatrice, da quasi vent’anni impegnata nel lavoro con il femminile. “A fine 2009, erano 15 le mamme con bimbi in carcere. L’entità delle presenze è una situazione anomala: in alcuni momenti diminuiscono, in altri aumentano di colpo, magari perché c’è sfollamento da altri istituti, per esempio da Rebibbia”.

Ma esiste una tipologia di reato più frequente, chiediamo all’educatrice: “Detenute madri, soprattutto le rom, commettono molti furti e molte rapine- spiega - difficile che commettano altra tipologia di reato. E’ricorrente nella loro cultura: l’accattonaggio per donne e minori”.  Viene da pensare che se le donne si portano il bambino in carcere non abbiano una adeguata rete parentale all’esterno o che non la possiedano proprio, ma Franchitti aggiunge:  “Ce l’hanno, a volte, ma si fanno forza con questo bimbo che si portano con sé”.

Nel giorno del compimento del 3 anno di età, il bambino viene fatto uscire definitivamente dal carcere: “Ho assistito a vari distacchi e sono sempre molto penosi. Cerchiamo di preparare le donne a questo momento e di presenziare con più figure professionali che possano essere di aiuto in un frangente così drammatico. Oltre al momento in sé, spesso c’è l’angoscia di non sapere quale sviluppo potrà avere il futuro di una relazione genitoriale già messa a dura prova”. Quali prospettive ci sono per limitare questo dramma? “I primi anni di vita sono fondamentali, ed è per questo che è necessaria una struttura diversa dal carcere, senza inferriate, ma con sistemi di protezione che non consentano l’evasione. La struttura a cui si sta pensando è a custodia attenuata. Il personale non avrà  divisa, e pur mantenendo le regole di un carcere, renderà più agevole la vita delle mamme e dei loro bambini”.


 

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