Macché carriera, meglio i cavalli. La crisi si 'combatte' anche così

Una giovane donna che abbandona un lavoro 'sicuro' nella Capitale per ritirarsi in campagna ad allevare una razza di cavalli in via d'estinzione. Si chiama Giulia Bonella e la sua storia è emblematica: un esempio di come si possa riuscire, anche in un momento di crisi, a trovare la propria strada, rinunciando magari alle comodità di una vita cittadina. Come racconta lei stessa ad Affaritaliani.it: "Ero stanca della consuetudine e desideravo un cambiamento. E a un certo punto ho voluto dare priorità alle mie passioni, in primis quella per i cavalli. Spero di farcela con sempre maggior soddisfazione per me e per le generazioni future"

Sabato, 4 febbraio 2012 - 12:55:00

di Oriana Maerini

Giulia ha gli occhi verdi della passione. La passione per i cavalli per i quali ha lasciato un lavoro al ministero, una comoda vita nella Capitale, amici e famigliari per creare un’azienda agricola di oltre 30 ettari in Sabina, nei pressi delle sorgenti del fiume Farfa. Quando si arriva qui si ha l’impressione di essere immersi in un altro universo. Non è solo la bellezza dei luoghi - un mosaico di oliveti, pascoli, boschi e radure dominate da querce secolari - ma l’atmosfera di amore che si respira: l’amore per i cavalli. Il paesaggio è reso vivo  dalla presenza di questi splendidi animali, protagonisti delle attività di turismo e fruizione sostenibile della natura tipiche dell’azienda che accoglie anche due collaboratori Sigh del Panjab. "Qualunque persona conosca e frequenti il mio centro non può non essere coinvolto nel mondo degli Akhal tekè, perché di un mondo si tratta", spiega.

giulia bonella 2Giulia Bonella

Lo sguardo di questa giovane donna che per la sua azienda ha rinunciato anche all’amore (il marito non ha resistito alla vita nella natura e l’ha lasciata) si illumina quando parla della razza cavalli in via di estinzione che ha "adottato" a Valle Capore. E sceglie Affaritaliani.it per raccontare la sua esperienza.

Perché è rimasta affascinata dai cavalli Akhal tekè?
"Sono cavalli bellissimi. Li chiamano 'i cavalli celesti': hanno il portamento della testa aggraziato, gli occhi grandi e intelligenti di taglio orientale, orecchie lunghe e molto mobili; collo lungo, portato alto e muscoloso. Gambe slanciate, articolazioni grandi e molto robuste, tendini ben staccati, forti e asciutti. La groppa è leggermente obliqua e muscolosa, la coda è attaccata bassa. La spalla inclinata ben formata. La loro origine è avvolta nella leggenda. Forse non è la razza più antica, ma certamente la stirpe Akhal Tekè è nata centinaia di anni prima di Cristo, probabilmente addirittura nel secondo millennio. Sangue puro, non derivato da alcun altro ceppo, scaturito dalle steppe e dai deserti dell’Asia centrale. Precisamente dal Turkmenistan, dall’oasi di Akhal, dove viveva il popolo dei Tekè, i loro primi allevatori. Gli Akhal Tekè sono famosi per loro legame col padrone, la facilità d’apprendimento, la versatilità e non ultime le qualità guerriere  dettate dà un coraggio e una devozione rari. Si narra che il cavallo di Alessandro Magno fosse un Akhal tekè e che, per l’amore e la complicità che il conquistatore macedone aveva instaurato con il suo cavallo, tanto raro quanto coraggioso, fece erigere in Pakistan una tomba in suo onore".

Nonostante questo rischiano l’estinzione?
"Sì, sono tremila in tutto, o poco più, gli Akhal Tekè nel mondo. Con il tempo, la consapevolezza di questa nobile razza si appannò: nella prima metà del secolo scorso due terremoti disastrosi nell’Asia culturale decimarono una razza che non era mai stata molto numerosa. Il rischio diventò la sopravvivenza".

E’ vero che vennero considerati carne da macello?
"Negli anni 50 l’autorità sovietica – allora il Turkmenistan era una repubblica dell’URSS - per promuovere la meccanizzazione dei trasporti e dell’agricoltura, decise che i 'cavalli d’oro' fossero utilizzati come carne da macello".

giulia bonella1Giulia Bonella

Lei ha contribuito a farli conoscere in Italia e a preservarli?
"Sì, insieme all’Associazione Akhal Tekè Italia (di cui è segretaria, ndr) che raccoglie gli appassionati a questi cavalli rari per numero e qualità morfologiche e genetiche, preservo e diffondo la conoscenza della loro unicità nel nostro Paese. La nostra missione è la conservazione e la divulgazione di tali cavalli. Abbiamo uno slancio, una passione e direi quasi la dedizione totalmente volontaria verso questi cavalli coinvolgenti. Risultato che continuiamo a inseguire con tenacia è infine il riconoscimento ufficiale della razza in Italia, passaggio chiave per il successo e il sostegno di cui  l’associazione e il cavallo Akhal tekè necessiterebbero e meriterebbero per coraggio e unicità".

Quanti ne possiede e come si chiamano?
"Direttamente dall’Uzbekistan, 6 anni fa sono arrivati qui a Valle Capore due splendidi esemplari. Il viaggio che hanno intrapreso è stato lungo e logorante. La femmina, baio dorata, di nome Mushtari è la sensibilità e l’eleganza fatti cavallo, lo stalloncino, atleta del gruppo ha esordito nelle gare di endurance internazionali. Altra fattrice che spicca per la sua tipicità, Paidà. Temperamento e fiducia nel padrone rare. Il piccolo Miramanto, tre anni e mezzo, figlio di Mushtari e di Muzar, campione europeo riproduttori. Kebelek, la cavalla rosa per il suo manto, la sua grazia e gli abbaglianti occhi azzurri".



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