"Sì al federalismo delle comunità". Così le Acli "uniscono" l'Italia. L'intervista al presidente Andrea Olivero

Giovedì, 9 settembre 2010 - 13:45:00

Torna l'appuntamento con l'incontro di studi delle Acli, in programma a Perugia dal 9 all'11 settembre. Tema di quest'anno i 150 anni dell’Unità d’Italia: "Italiani si diventa. Unità, federalismo, solidarietà". Il presidente delle Acli Andrea Olivero sceglie Affaritaliani per spiegare che coniugare un federalismo più consapevole, che comprenda un forte contributo del Terzo settore, e rafforzare l'unità del nostro paese si può.

Andrea Olivero
Andrea Olivero

Unità e federalismo si possono conciliare?
"Assolutamente sì. Sono due elementi che non devono essere messi in contrapposizione: deve essere portata avanti invece un'idea di un federalismo solidale e dei territori che possa essere anche un coronamento dell'idea di unità del nostro paese. Noi crediamo che il federalismo, se ben interpretato, possa rafforzare l'unità del paese pur nella pluralità che esiste e va conservata perché arriva dalla nostra storia passata".   

Che tipo di federalismo proponete?
"Innanzitutto non può essere un federalismo che diminuisca gli elementi di cittadinanza, cioè che faccia sì che un cittadino di Reggio Calabria si senta differente da uno di Milano. Quindi i diritti devono essere garantiti. Inoltre il federalismo deve potenziare i territori e non deve portare a nuovi centralismi regionali, che negli ultimi anni abbiamo visto si sono in parte sostituiti al centralismo di Roma. L'Italia è il paese dei municipi, delle città e dobbiamo promuovere questo tipo di federalismo e aumentare la possibilità vera di scelta dei cittadini".

In che modo?
"Va potenziato sicuramente il ruolo degli enti locali e in particolare dei comuni. E per far questo bisogna realizzare alcune riforme, ad esempio bisogna rivedere le norme sui consigli comunali che da quando è stata introdotta l'elezione diretta del sindaco sono diventati luoghi in cui non c'è più la partecipazione dei cittadini. Paradossalmente in questi anni la partecipazione è calata invece di aumentare. Poi c'è il tema della pianificazione sociale: sono passati 10 anni dalla legge che prevedeva che nella pianificazione sociale non ci fossero solo le istituzioni pubbliche ma anche le organizzazioni di Terzo settore e le altre parti sociali. Questa legge è stata però in gran parte disattesa. Dunque noi sosteniamo che il contributo del Terzo settore deve essere forte e che non si possa non ascoltare la voce dei cittadini".

Il potenziamento del federalismo passa dunque dal Terzo settore?
"Certamente dal Terzo settore ma anche da una maggiore partecipazione dei singoli cittadini, cioè bisogna far in modo che le persone possano contare di più a iniziare dal rafforzamento dei consigli comunali. Ci deve essere un nuovo bilanciamento dei poteri: oggi un sindaco e una giunta decidono tutto e i consigli non hanno quasi nessun potere. Bisogna ridare uno spazio vero di dibattito e di confronto senza certamente tornare all'ingovernabilità che affliggeva i comuni prima dell'elezione diretta dei sindaci".

Quali sono gli ambiti che devono restare di competenza dello Stato e quali invece possono essere demandati alle regioni?
"Lo Stato centrale deve garantire l'uguaglianza dei diritti fondamentali. Oltre che delle questioni di politica estera, difesa, economia e finanza, deve occuparsi anche del controllo dei diritti civili mentre la loro gestione può essere demandata alle regioni. Lo Stato centrale deve cioè vigilare che i diritti siano armonizzati e garantiti in tutto il paese affinché i cittadini non siano discriminati. L'organizzazione di questi diritti, come per esempio la sanità o la scuola, può invece essere gestita a livello locale, in maniera diversa a seconda delle differenze presenti nelle varie regioni".

E gli stranieri che diritti devono avere?
"Noi chiediamo, in particolare, che venga concessa la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri. E poi chiediamo che siano modificate le norme sulla concessione della cittadinanza a chi ne voglia far richiesta, sia dimezzando il tempo per potervi accedere (oggi sono 10 anni) sia indicando con esattezza i requisiti. Uno dei punti problematici dell'attuale normativa è infatti la discrezionalità degli enti pubblici nella valutazione di questi requisiti. Noi crediamo che la cittadinanza non debba essere regalata ma siamo convinti che servano regole certe che valgano per tutto il paese".

Ma gli stranieri possono unire l'Italia?
"Non credo che gli stranieri debbano dividerci, credo al contrario che in molti casi possano ridarci identità, come insegna l'esperienza degli Stati Uniti dove l'identità è nata più dell'emigrazione che non da una preesistente cultura comune dei popoli che si sono lì ritrovati. Credo che anche per noi l'aprirci al ragionamento sul paese che verrà può aiutarci ad accogliere in maniera più intelligente gli immigrati e allo stesso tempo a riconoscersi come italiani e a valutare quali sono gli elementi fondanti della nostra identità". 

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