"Più collaborazione tra enti, imprese e ong. L'Italia copi la Big Society inglese"

Venerdì, 22 ottobre 2010 - 13:27:00

Può esistere un sistema economico che sia davvero responsabile e solidale verso il maggior numero di individui? È la domanda principale alla base del 33° convegno annuale dell’Accademia italiana di economia aziendale (Aidea) "Pubblico e non profit per un mercato responsabile e solidale", organizzato in Bocconi giovedì 21 e venerdì 22 ottobre 2010 e al quale partecipano 500 economisti.

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Elio Borgonovi

Per un futuro più sostenibile e responsabile istituzioni, imprese e non profit devono farsi carico di un pezzetto della società e non solo dei propri obiettivi particolari, creando forme di collaborazione. Ne è convinto Elio Borgonovi, docente di Economia delle aziende all'Università Bocconi di Milano e presidente del comitato organizzatore, che sceglie Affaritaliani.it per lanciare anche nel nostro paese l'idea della Big Society promossa dal premier britannico David Cameron e spiegare quali sono le condizioni indispensabli per un sistema economico responsabile. "La prima - afferma Borgonovi - è un'elaborazione teorica che superi le dicotomie tra mercato e intervento pubblico, tra impresa profit e non profit. La seconda è che ci siano delle politiche pubbliche che siano coerenti con questa impostazione per cui la soluzione di problemi complessi, per esempio quello dell'immigrazione o della casa o del supermento della crisi, sia realizzato con la presenza di più soggetti: servono dunque delle politiche che favoriscano il policentrismo. La terza condizione è che cambi la cultura della gente, le persone devono cioè pensare che oltre a competere si deve anche collaborare".

Quali di queste tre condizioni non sono ancora realizzate?
"Tutte e tre non lo sono completamente. Dal mio punto di vista quella della separazione tra pubblico e privato si è un po' realizzata, se pensiamo al project financing, cioè all'investimento di capitali privati per opere pubbliche, oppure alle imprese in crisi per le quali interviene l'ente pubblico. Anche le politiche pubbliche policentriche esistono già in parte realizzate, per esempio quelle di incentivazione all'innovazione solo se ci sono imprese che presentano dei progetti insieme con l'università. E' molto difficile invece il cambiamento culturale, cioè il modo di pensare e i comportamenti quotidiani delle persone. E tramite questo convegno vogliamo proprio impegnarci a insegnare ai giovani a maturare una cultura diversa".

La parola d'ordine per un'economia responsabile è dunque collaborazione. Come si può costruire in concreto?
"Attraverso progetti comuni. Per esempio a Milano si va verso l'Expo, un grande progetto articolato in piccoli progetti dove si può misurare in concreto la convergenza dell'attività degli enti pubblici e di privati. O ancora esistono delle imprese in crisi che hanno delocalizzato come l'Omsa di Forlì: in questo caso si può progettare come salvare l'azienda con l'aiuto degli enti locali, degli imprenditori e anche del mondo cooperativo. Si deve dunque lavorare su progetti specifici in cui si può verificare chi decide che cosa, chi fa che cosa e chi risponde di che cosa".

Siamo lontani dall'attuazione di questo modello?
"Sì perché l'approccio è di fare dei ragionamenti di sistema, per esempio bisogna cambiare il modello di consumo, bisogna cambiare l'economia, ma poi in concreto non si sa bene chi deve realizzare che cosa. Il primo passo è riunire tutti i soggetti, istituzioni pubbliche, imprese, non profit, attorno a progetti concreti e mettere nero su bianco gli impegni di ciascuno".

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