Editoriale/ Investire in capitale naturale
Fin qui abbiamo considerato ciò che si apprezza perché ha un valore di utilità. Ma l’ecosistema possiede anche un valore intrinseco, che difficilmente riusciamo a cogliere nel suo significato più profondo, e che va inquadrato nel contesto dell’evoluzione delle migliaia di specie viventi che popolano il pianeta. La Terra, come la conosciamo oggi, è il frutto di una storia evolutiva lunga milioni di anni e fatta di interazioni tra l’ambiente abiotico e gli esseri viventi. Gli organismi modificano l’ambiente in cui vivono e da questo sono selezionati in una continua e lunga rincorsa che ha inizio con la comparsa della vita sulla Terra. Cosa conosciamo di tutto questo? Molto poco! Conosciamo qualche centinaia di migliaia di specie, soprattutto quelle che interessano l’uomo perché addomesticabili, velenose, medicinali, ecc. Ma quante specie ci sono sul pianeta? Non lo sappiamo con certezza e le diverse stime differiscono tra di loro anche di un ordine di grandezza. Quindi, se non sappiamo cosa c’è, esiste qualche ragione per cui dovremmo preoccuparci di ciò che muore, scompare, si estingue?
Per capire questo aspetto, dobbiamo ricorrere ad una metafora, purtroppo molto attuale. Per quanto concerne la biodiversità, oggi l’umanità è come un cliente che ha un conto in banca del quale non conosce la consistenza: non sa quanto danaro ha a disposizione, ma continua a spendere con imprudenza. Giorno dopo giorno, usa con estrema facilità la carta di credito, fintanto che il conto non si svuota. Ma se possiede solo quel conto corrente, il giorno in cui rimane senza disponibilità è sul lastrico.
Ecco, con gli ecosistemi e le specie viventi noi ci stiamo comportando come il correntista dell’esempio: stiamo spendendo giorno dopo giorno un patrimonio di cui non conosciamo l’entità esatta. Inoltre, il debito che stiamo contraendo, in termini di perdita di specie, non potrà mai esser ripianato, né con investimenti economici, né con le tecnologie. Le cause principali sono da ricercare nel prelievo di materie prime e combustibili, nel consumo di suolo per la produzione agricola, nell’urbanizzazione del territorio e delle coste, nella deforestazione, nella profonda modificazione degli ambienti delle acque interne, nei consumi idrici ad essi collegati e nell’inquinamento.
L’ultimo rapporto “State of the World 2010” del Worldwatch Institute, dedicato a consumismo e sostenibilità, riporta che, negli ultimi cinque anni, i consumi di beni di vario genere sono cresciuti del 28% a beneficio di meno del 10% della popolazione mondiale, con una sperequazione crescente tra Paesi industrializzati e le grandi aree del sottosviluppo.
Nel nostro Paese, una delle emergenze ambientali di maggiore rilievo riguarda il consumo di suolo per effetto dell’urbanizzazione, che raggiunge valori molto elevati lungo le coste e nelle aree più densamente popolate. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo (http://www.inu.it/) riporta tassi di urbanizzazione che oscillano fra i circa due ettari al giorno del Piemonte ai circa dieci ettari al giorno della Lombardia. Il fenomeno interessa soprattutto le aree di pianura o fondovalle, dove si trovano i suoli più fertili e di maggiore pregio agricolo, il reticolo idrografico principale, le maggiori riserve idriche, le aree costiere, dove la popolazione si concentra sempre più. Paradossalmente, con l’attuale crisi economica, il concetto ribadito in tutte le situazioni è “sostenere i consumi per uscire dalla crisi”. Si privilegiano, dunque, settori produttivi che contribuiscono al degrado e non si considera la possibilità di investire in interventi di tutela e riqualificazione ambientale. Nel frattempo, si prevede che il settore ambientale possa avere un crescente respiro economico a medio-lungo termine. È ovvio che, in questo contesto di sviluppo, appare estremamente difficile proporre azioni di conservazione e ripristino degli ecosistemi naturali, soprattutto quando non ne è percepita l’importanza. Nell’immediato, a sostegno di questa opzione, basterebbe evidenziare come i benefici che una migliore qualità ambientale comporta per la salute umana siano di gran lunga superiori ai costi degli interventi necessari per ottenerla.
Ricette di facile applicazione non ce ne sono. L’unica certezza è che occorre investire in conoscenza, al fine di poter attuare un’adeguata prevenzione ed azioni di tutela, ripristino e conservazione dotate di un fondamento scientifico robusto e, quindi, di una maggiore possibilità di successo. Tutto ciò è in larga misura subordinato agli investimenti che il Paese saprà e potrà fare nella formazione e nella ricerca nei settori delle scienze ecologiche ed ambientali: oggi, questi sono pressoché inesistenti, e rappresentano meno del 5% dei finanziamenti destinati ai Progetti di Ricerca di Rilevanza Nazionale (PRIN).
A fronte di queste carenze culturali e strutturali, si aprono le sfide del terzo millennio, sempre più caratterizzate da processi e fenomeni che richiedono robuste basi conoscitive in nuovi settori, sia della ricerca, sia della pianificazione. Cambiamento climatico, dissesto idrogeologico, invasività dell’urbanizzazione e delle infrastrutture nel territorio agricolo, perdita delle componenti naturali, inquinamento e contaminazione sono solo alcuni degli aspetti in gioco. Per affrontare in modo serio e scientificamente responsabile questi problemi, bisogna ricorrere a nuovi modelli di gestione, rispondenti all’obiettivo di una pianificazione delle attività antropiche non conflittuale rispetto alla conservazione dei processi ecologici ed alla salvaguardia della naturalità degli ecosistemi. Purtroppo, la conservazione degli ecosistemi è molto spesso confusa con il verde urbano e, peggio ancora, resiste il preconcetto che gli esseri viventi possano essere considerati come entità a sé stanti, oggetti dell’arredo ambientale, potendo esistere in modo indipendente dall’ambiente che li ospita.
In assenza di una base conoscitiva approfondita, l'attuazione di piani di sviluppo sostenibili dovrebbe far riferimento a strumenti gestionali flessibili, di tipo adattativo. Si tratta di riconoscere il valore dell’ecosistema e delle sue funzioni, incorporando nell'analisi e nelle azioni l'incertezza e l'imprevedibilità insite nelle dinamiche naturali e nelle risposte ai diversi impatti. Servono strategie di intervento basate sulla valorizzazione dell’esperienza e non solo sulla fiducia illimitata nei mezzi e nelle risorse tecnologiche. Le azioni devono essere guidate dalla comprensione graduale, basata sull’analisi delle serie di dati disponibili e sulla sperimentazione di campo e di laboratorio. Nel contempo, le conoscenze devono essere ampliate, consolidate, mantenute nel tempo adottando metodologie e tecniche validate e rigorose. Ma, soprattutto, si deve tendere alla riduzione dei rischi, tenendo conto che tutti gli ecosistemi sono interconnessi, e che azioni locali possono determinare alterazioni con effetti additivi che si riflettono a livello regionale o globale. La risposta all’azione dell’uomo è spesso dilazionata nel tempo e si può manifestare all’improvviso anche in modo catastrofico. In altre parole, vista la complessità dei processi naturali, deve essere attuato il principio di precauzione.
Su questi temi, la comunità scientifica nazionale ha condotto studi ed ha acquisito competenze importanti. E’ pronta a supportare un processo intelligente di investimento in capitale naturale.



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