Editoriale/ Investire in capitale naturale
di Pierluigi Viaroli, professore di Ecologia
Dipartimento di Scienze Ambientali, Università degli Studi di Parma
Presidente della Società Italiana di Ecologia
L’Italia è uno dei Paesi al mondo con la più elevata biodiversità e presenza di specie esclusive (endemiche). La stupefacente varietà di paesaggi naturali e di ecosistemi del nostro Paese costituisce un’enorme ricchezza che contribuisce anche al successo del turismo nazionale.
Preservare questa ricchezza dalle pressioni locali e dalla minaccia dei cambiamenti globali richiede interventi immediati, rigorosamente pianificati e protratti per un lungo periodo. Il valore dei servizi offerti dagli ecosistemi naturali è inestimabile, la loro perdita anche parziale costituirà un danno socio-economico enorme accrescendo ulteriormente la vulnerabilità del territorio” (dalla mozione finale del congresso congiunto dell’Associazione Italiana di Oceanologia e Limnologia e della Società Italiana di Ecologia, Ancona 17-20 settembre 2007). Parlare di investimenti per la protezione ambientale e la conservazione della natura in tempi di crisi economica sembra un esercizio accademico o da associazione di volontariato ambientale. Sono poche le voci del mondo politico o imprenditoriale nazionale che toccano questo problema, anche quando il degrado ambientale ed il dissesto di un territorio devastato dall’opera dell’uomo appaiono in tutta la loro gravità. Negli ultimi tempi, fra i grandi del mondo, solo Benedetto XVI ha espresso parole chiare, richiamando l’uomo ai principi della sostenibilità, la responsabilità di usare le risorse naturali con saggezza, parsimonia ed equità, tutelandole e preservandole anche a favore delle generazioni future.
La nostra società sembra essere pervasa dal dubbio che i costi ambientali possano compromettere la tanto sospirata ripresa economica, il benessere, l’occupazione. In precedenza, la percezione dell’importanza della questione ambientale aveva assunto, sia pure a fatica, forma e sostanza. Così, sul piatto della bilancia, vengono posti i bisogni primari: il reddito, l’alimentazione, la mobilità, i servizi e altro ancora. Come se un ambiente salubre e ricco delle sue componenti naturali fosse un’opzione facoltativa, una sorta di bene di lusso insostenibile in tempi di crisi economica.
Se questa è la premessa, possiamo ben chiederci quanto siamo disposti ad investire per salvaguardare una habitat vulnerabile, o qualche specie a rischio estinzione. Poco o nulla! E così è, se si pensa che le perdite e i danni subiti da specie vegetali ed animali, habitat ed ecosistemi naturali sono elevatissimi, ed in continua e rapida crescita. Un’iniziativa promossa dall’ONU fra il 2001 ed il 2005, tesa a valutare lo stato di salute del pianeta e le priorità per il nuovo millennio (il Millenium Ecosystem Assessment, http://www.millenniumassessment.org/) ha messo in evidenza una situazione drammatica. Oltre il 60% degli ecosistemi naturali è seriamente danneggiato, con la compromissione o la perdita dei servizi che forniscono al pianeta; l’eutrofizzazione dei mari costieri è in aumento, soprattutto dove è più rapido lo sviluppo economico; lo sfruttamento degli stock ittici ha ormai superato la capacità di rinnovo della risorsa; si contano perdite significative di mangrovie (35%), barriere coralline (20%), specie animali e vegetali, con tassi di estinzione da 100 a 1000 volte più elevati di quelli naturali.
Di fronte a questi dati allarmanti, dobbiamo prendere coscienza del fatto che il benessere dell’umanità dipende in larga parte dai servizi forniti dall’ecosistema. I paesi economicamente e tecnologicamente avanzati possiedono un’incredibile capacità di controllo dell’ambiente e dei suoi cambiamenti, ma sono impotenti di fronte ai fenomeni naturali più rilevanti, a maggior ragione nelle aree del sottosviluppo. Si pensi, ad esempio, a quanto appena accaduto ad Haiti, oppure a quanto è successo, a livelli infinitamente minori, in Versilia, poche settimane orsono.
Pur senza evocare i grandi fenomeni naturali o i disastri causati dall’imperizia dell’uomo, dobbiamo rimarcare con forza che l’uomo dipende dai beni e dal flusso dei servizi dell’ecosistema. Del lungo elenco, ne citiamo solo alcuni: l’approvvigionamento di cibo, acqua, legname, fibre; la regolazione del clima e del ciclo idrologico; l’incorporazione e la trasformazione dei rifiuti; i servizi di supporto quali la formazione del suolo, la fotosintesi, l’impollinazione e i cicli dei nutrienti. L’ecosistema fornisce anche servizi culturali che interessano la ricreazione e gli aspetti estetici e, non ultimi, i benefici psicologici e spirituali.
L’uomo è parte integrante dell’ecosistema, con le cui componenti interagisce in modo dinamico e non sempre negativo. Anzi, entro certi limiti, l’uomo ha modellato il proprio ambiente di vita con risultati di grande pregio, tuttora percepibili: la laguna di Venezia, che senza l’uomo non esisterebbe, le campagne dell’Umbria, delle Marche, della Toscana e, in misura purtroppo sempre minore, la pianura Padana.



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