Dove mettere la fiducia

Venerdì, 9 dicembre 2011 - 11:29:36

di Stefano Femminis, Direttore di Popoli

C’è una parola che ricorre più di altre in questi anni di cronache e commenti sulla crisi economico-finanziaria. Si parla di fiducia dei mercati, degli investitori, dei consumatori, crollo della fiducia, iniezione di fiducia… Sappiamo poi quanto questo termine sia cruciale, e non da oggi, nel lessico politico: la fiducia degli elettori (spesso delusa), il «mettere la fiducia» come passaggio chiave dei lavori parlamentari... Così, ci siamo abituati a considerare la fiducia come una variabile tecnica nell’andamento delle Borse o come uno dei tanti bizantinismi della politica. Ma questa crisi infinita - che è crisi morale e culturale prima che economica - ci interroga su domande profonde e non più evitabili: ha senso avere ancora fiducia? Chi è davvero meritevole di fiducia? Che cosa fonda una «vera» fiducia? In sostanza, noi dove «mettiamo la fiducia»?

Seppure con costi umani salatissimi, la crisi è servita ad aprirci gli occhi su dove hanno portato la logica del guadagno immediato ed effimero, talmente sovrabbondante da non essere nemmeno gustabile, le speculazioni in cui compri e vendi quello che non hai, un modello di sviluppo fondato sullo squilibrio tra Stati e negli Stati. Ciononostante, questa è la logica in cui una parte consistente dell’umanità continua a giocare la propria esistenza, nell’illusione che basti tenere duro, che sia solo questione di far «passare la nottata» - per citare Eduardo De Filippo - e poi tutto tornerà come prima. Ma non è una prospettiva sulla quale possiamo fare affidamento. Allora ben venga il crollo della fiducia testimoniato dal diffondersi di movimenti collettivi che, nel Nord come nel Sud del mondo, a New York come nel mondo arabo, chiedono una politica che non abbia a cuore solo il Pil o lo spread, ma i diritti fondamentali, la democrazia reale, il futuro dei giovani e del pianeta, valori antichi e demodé come l’uguaglianza e la solidarietà. E c’è anche un modo diverso di vivere la «nottata».

Lo sanno bene i cristiani, che in Avvento si preparano a celebrarne una speciale. Alcune ricostruzioni storiche ci dicono che la scelta del 25 dicembre come data del Natale venne fatta, intorno al IV secolo, sul solco di una festa pagana che celebrava il solstizio d’inverno, il «Sole invitto»: il momento in cui la natura è apparentemente sconfitta dall’inverno e in cui la notte è al culmine, è anche l’inizio della «rivincita» della luce, che rischiara le tenebre per farci vedere dove andare. Quello è il momento in cui entra nella storia la salvezza, in cui Dio dimostra di avere così fiducia nell’uomo da assumere la sua stessa carne, da farsi bambino totalmente affidato alle sue mani. E, specularmente, proprio nell’esercitare questa «forza debole», e nell’esercitarla fino al Calvario, Dio rivela la sua grandezza e la sua affidabilità, il suo essere degno di fiducia. Mettendo in moto dinamiche di bene a livello personale, comunitario e anche sociale: infatti, come scriveva su queste pagine il cardinal Martini pochi anni fa, «il mistero del Natale introduce nel cammino storico dell’uomo quegli atteggiamenti quasi impercettibili, ma che permettono di cogliere la verità dei rapporti e di modificarli nel senso di un rispetto dell’altro, di una riverenza e di un’accettazione tali da poter influire anche su contesti più ampi».

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