Venezia/ Minorenni danno fuoco al clochard. La pena? Servire alla mensa dei poveri
Una bravata che poteva trasformarsi in tragedia. E il percorso di riabilitazione per espiare la colpa. Sono passati due anni da quel 3 gennaio del 2010 in cui cinque ragazzi, allora minorenni, diedero fuoco al giubbotto e al giaciglio di un clochard a Venezia. Ora servono i poveri alla mensa cittadina. Secondo quanto riportato dal Corriere del Veneto nelle scorse settimane i cinque ragazzini — allora tutti minorenni — si sono trovati di fronte al gip e per due di loro, quelli che abitano a Venezia, è stato avviato un percorso di «rieducazione» nelle mense cittadine, quella di Ca' Letizia e quella di Betania. Uno dei due dovrà servire il pasto ai disperati della città per 8 mesi, l'altro — che aveva avuto un ruolo defilato e si era anche prodigato per fermare gli amici — per sei mesi.

Per otto mesi dovranno seguire dei progetti mirati nel settore sociale anche gli altri due ragazzini per i quali il giudice ha accolto la proposta di «messa alla prova», concordata tra il pm Rossella Salvati e i vari legali dei giovani (Luigi Ravagnan, Anna Maria Marin e Barbara De Biasi), grazie al fondamentale apporto degli operatori del servizio interno del Tribunale per i minorenni: non a Venezia, però, visto che entrambi adesso studiano fuori città, il primo a Bologna, il secondo in Inghilterra.
Per tutti e quattro, secondo il codice processuale dei minorenni, se l'esito della «messa alla prova» sarà positivo il reato verrà estinto: questa misura alternativa fa infatti parte dello spirito di un processo, come quello per i minorenni, il cui scopo di recupero dell'imputato è ancora più centrale che nei procedimenti contro gli adulti. Solo per il quinto ragazzo, che già aveva avuto problemi con la giustizia e che dunque non ha potuto godere dei benefici degli altri, il giudice ha chiesto invece il rinvio a giudizio per i reati di danneggiamento e lesioni personali aggravate.
Il fatto, avvenuto appunto due anni fa, aveva creato grande impressione in città. Anche perché inizialmente, dai racconti di Marino S., senzatetto conosciuto da tutti che viveva in un giaciglio improvvisato in calle della Badoera, pareva che i ragazzini lo volessero bruciare vivo: tanto che la prima accusa era stata di tentato omicidio. Ma poi la vicenda si era ridimensionata all'esito della consulenza tecnica affidata dal magistrato ad Alberto Sturaro e Rocco Rella, ricercatori del Cnr.
I tecnici avevano infatti escluso che, «armati» solo di un carica-Zippo (il famoso accendino americano), i cinque aggressori avrebbero potuto uccidere il clochard. Il materiale del giubbino del senzatetto — a cui è stato dato fuoco nel corso dell'accertamento — non era tale da bruciare immediatamente con un'unica, rapida, fiammata, ma ci ha messo oltre un minuto: un tempo abbondante e sufficiente per toglierselo. Sullo stesso non era inoltre stata neppure rinvenuta traccia di alcuna sostanza infiammabile, come invece sui cartoni dell'«abitazione».


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