"Cittadinanza agli stranieri? La legge è restrittiva"
di Stefania La Malfa
Sulla modifica della legislazione sulla cittadinanza agli stranieri ancora nulla di fatto. La Camera ha infatti approvato la richiesta di rinvio in commissione del testo base. Quello in discussione è però un testo che non convince chi si occupa tutti i giorni di immigrati. Come Paolo Bonetti, consigliere direttivo dell'Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, che sceglie Affaritaliani.it per commentare la proposta di legge. "Vedremo quale sarà l'esito, la mediazione è complicata. Mi pare comunque che la scelta di fondo sia più restrittiva della situazione attuale che è già molto restrittiva e questo lascia perplessi sul destino dell'Italia. L'immigrazione continuerà in maniera massiccia e la questione della cittadinanza è strettamente collegata".
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In Italia la legislazione per la concessione della cittadinanza è basata sullo jus sanguinis. Attualmente ha la cittadinanza chi è nato in Italia dopo aver compiuto i 18 anni e facendo richiesta entro un anno. Chi è nato all'estero, anche se è arrivato nel nostro paese da piccolo, deve aspettare 10 anni e dimostrare di avere un reddito. E' in discussione una proposta che prevede di concedere la cittadinanza a chi è nato in Italia, ha 18 anni e ha compiuto il percorso scolastico obbligatorio.
"Negli altri paesi europei - continua Bonetti - la legislazione sulla cittadinanza agli stranieri è diversa a seconda della storia del paese ma è stata cambiata anche in base a scelte politiche ed è collegata anche a cosa è accaduto storicamente e alla presenza o meno di imperi coloniali. La Francia è uno dei paesi a più elevata crescita demografica: su 58 milioni di francesi ben 19 milioni sono di origine o di discendenza straniera e un milione di questi sono di origine italiana. La Gran Bretagna ha diversi tipi di cittadinanza con livelli differenti di diritti: quella britannica, quella dei paesi del Commonwealth, e quella dei paesi ex colonie. E la Germania aveva una legislazione vicina a quella italiana, fondata sullo jus sanguinis cioè il legame familiare: aveva 8 milioni e mezzo di stranieri ma ha deciso qualche hanno fa di modificare la normativa".
"Dal mio punto di vista - sottolinea il consigliere direttivo dell'Asgi - il primo problema riguarda la procedura per la concessione della cittadinanza: non sono 10 anni ma 13 perché il procedimento dura 3 anni. Quindi prima di tutto si deve sveltire e semplificare il procedimento perché altrimenti i numeri sono una finzione. L'altra questione è quella di distinguere i casi. Un'ipotesi potrebbe essere di non fissare un'unica cifra ma di prevedere una procedura più severa per chi voglia ottenere la cittadinanza prima e meno severa per chi voglia chiederla dopo". E aggiunge: "Riguardo ai criteri credo il primo sia quello degli 8 anni di scuola obbligatoria, senza per forza aspettare il compimento del 18 anno. E si potrebbe prevedere di poter chiedere la cittadinanza anche dopo 5, 6, 7 anni massimo. Poi ci sono gli obblighi fiscali che possono essere alternativi a quello del reddito, che finirebbe per diventare una clausola vessatoria. E inoltre il fatto di essere incensurati è decisivo per chi vuole naturalizzarsi ma non per chi è nato nel nostro paese perché significherebbe privare della cittadinanza coloro che cittadini lo sono".
Un punto da tener presente è inoltre quello legato ai paesi di provenienza degli stranieri. "Un'altra questione da non sottovalutare è il fatto che stiamo parlando degli extracomunitari perché la legge attuale non verrebbe toccata per quanto riguarda i comunitari che possono ottenere la cittadinanza dopo 4 anni. E dal 2007 lo scenario migratorio è totalmente cambiato, dopo l'ingresso della Romania nell'Unione. Mentre per 30 anni abbiamo vissuto con l'80% di stranieri extracomunitari adesso i rumeni sono un milione e sono diventati la prima nazionalità di stranieri".



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