Cibi etnici made in Italy, ecco il nuovo business
Il loro nome è esotico, ha radici lontane. Ma stanno entrando a far parte del made in Italy: dall'okra, ortaggio simile all'asparago, alla karela, zucchina un po' amara, al mici, salamino rimpinzato di aglio. Anche se tipici dei Paesi d'origine degli immigrati, non vengono importati, ma prodotti in Italia. E così nelle campagne del lodigiano Giorgio Scotti riserva 4 degli 80 ettari della sua azienda agricola al cavolo cinese. Nella bergamasca, a Mornico, Iqbal Azhar, pakistano, insieme a pomodori e verze, semina okra, karela, rape bianche e coriandolo. È quanto rivela Terre di mezzo - street magazine nell'inchiesta del numero di marzo sui "Nuovi sapori made in Italy" (www.terre.it). Nel mercato di Porta Palazzo, a Torino, le bancarelle con i salumi romeni sono gestiti da italiani, che li producono nei loro laboratori: "Nel 1999 abbiamo installato l'affumicatore - racconta dal suo banco Giorgio Vezzoso - e utilizziamo solo carne italiana, certificata e di qualità".
Nel business si sono buttati imprenditori italiani e stranieri. Luca Massimiliano Visconti, direttore del master in Marketing e comunicazione dell'università Bocconi di Milano, stima che nel 2009 gli immigrati abbiano speso circa 15 miliardi di euro per gli alimentari. Un giorno, forse, anche la zucchina pakistana entrerà nel menu degli italiani. "Che cosa sarebbe la cucina italiana se avessero vietato a Colombo di portare dall'America patate, pomodori e mais?", si chiede Chef Kumalé, giornalista gastronomade, che nel mercato di Porta Palazzo ha contato circa 2mila ingredienti finora sconosciuti alla nostra tavola. E fra i clienti dei salumi romeni ci sono anche massaie italiane. Come quella incontrata da Terre di mezzo, una signora pugliese intenta ad acquistare i mici: "avvolti nel prosciutto e cotti al forno sono una vera specialità", assicura.
Terre di mezzo di marzo racconta anche la storia dei ribelli del bitto, formaggio dop della Valtellina. I 16 allevatori storici produttori di questo formaggio sono fuoriusciti dal Consorzio che dovrebbe tutelarli. Non accettano il nuovo disciplinare di produzione, che consente l’utilizzo dei fermenti e la somministrazione di mangimi alle mucche. Non sono gli unici a ribellarsi al dop: in Valsesia 15 piccoli produttori del Macagn si oppongono alla creazione del marchio, perché i grandi caseifici lo farebbero diventare ben presto un formaggio industriale.



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