Editoriale/ Yes, we can. Un altro carcere è possibile
di Federica Neeff
Perché la situazione delle carceri cambi in meglio è necessario abbandonare la “delirante illusione della certezza della pena. È più conveniente che chi entra in carcere ne esca presto e rinnovato, piuttosto che a fine pena e incattivito”. La pensa così don Giovanni Varagona, cappellano del carcere di Barcaglione ad Ancona. E ancora: “Un altro carcere è possibile, anche oltre qualsiasi propensione umanitaria, conviene pure dal punto di vista economico. Il sovraffollamento delle celle di fatto è un alibi per giustificare il fatto che le carceri non funzionano. Perché generano delinquenza, anziché aiutare a debellarla. Perché a chi vi capita per la prima volta, il carcere promette una recidiva a vita”.
Queste parole meglio di altre spiegano il senso del servizio fotografico che proponiamo in questo numero del giornale su alcune celle di detenute. Sì: un altro carcere è possibile, e non ci vuole molto. Basta applicare la legge, forse. «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Così enuncia l’art. 7 comma 3 della Costituzione. Allora non siamo nel Paese della Cuccagna, siamo nel Paese del Diritto: perché ci stupiamo di fronte a questi ambienti puliti, curati, luminosi? Siamo così abituati alle cattive notizie che arrivano con implacabile regolarità dal mondo delle carceri italiane e che ci raccontano di celle sovraffollate, di temperature estive insopportabili e del gelo invernale che penetra nelle ossa, delle condizioni igieniche allarmanti, delle docce insufficienti, della violazione della privacy, di isolamenti insostenibili e di affollamenti in pochi metri quadrati altrettanto disumani, siamo così assuefatti alla routine del malfunzionamento e della regola disattesa, che non crediamo ai nostri occhi quando vediamo ambienti che sempre carcere sono, ma carcere addolcito, carcere glamour, carcere colorato, carcere casa, carcere finalmente piegato alle esigenze di chi ci vive e che su questo pezzo di vita è disposto a scommettere per un recupero.
Carla, Carmen, Elena, Gianna, Lella, Margit, Roberta, donne provenienti da Paesi diversi, di diversa estrazione ed età, ognuna con la propria storia e con il proprio sbaglio, ci mostrano quelle che non sono più celle ma stanze, piccoli luoghi trasformati da pazienti lavori di cucitura e ricucitura non solo di stoffe colorate, ma di vite strappate e da ricomporre. Un pavimento lucidato con borotalco e ammorbidente, una composizione di fotografie sulla parete in cui parenti e figli si alternano ad attori, cantanti e idoli del mondo là fuori, la libreria costruita impilando cassette di frutta e riempita di libri che aiutano a restare nella realtà, le stoffe afro che fanno viaggiare, non sono piccoli diversivi per far dimenticare che sempre di carcere si tratta, ma indizi importanti sul lavoro di recupero di identità e dignità. Ci siamo chiesti se fosse il caso di proporre queste immaginii: paradossalmente, in questo momento in cui dal carcere arrivano soprattutto note di sofferenza e di morte (a oggi dall’inizio dell’anno sono 39 i detenuti suicidi; dal 2007 questo numero è raddoppiato), la buona notizia ci fa paura. È giusto che ci faccia paura. La nostra proposta è una sfida, perché questa non è una condizione speciale: questa è la condizione carceraria che la legge prescrive. Se questo può essere fatto qui deve poter essere fatto ovunque, se non avviene non c’è giustificazione, se non una totale mancanza di volontà politica. E allora queste immagini devono girare. Denunciamo, per una volta, usando ciò che funziona e che non è né apparenza né privilegio: è quello che dovrebbe essere, ma che purtroppo rimane meravigliosa eccezione.
dal numero di settembre-ottore di Carte Bollate,
il periodico del carcere di Bollate (MI)



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