Anziani, poche residenze e di qualità ridottissima
di Carla Cantone, segretaria generale Spi-Cgil
La situazione complessiva delle residenze della terza età non è positiva: sono poche di numero, la qualità è ridottissima e c’è il minimo indispensabile. C’è ancora molto da fare tant’è vero che spesso noi chiediamo che vi sia l’assistenza integrata alle famiglie per favorire la domiciliarità. Gli anziani più fortunati riescono a rimanere in famiglia, ma le famiglie devono essere aiutate e questo è un problema perché col taglio delle risorse ai comuni la domiciliarità è messa a rischio.
Per quanto riguarda le strutture si guarda di più allo spazio dove mettere l’anziano invece di verificare il suo stato di salute, la sua condizione affettiva, le necessità terapeutiche per essere accompagnato. Non è detto che una persona che va in una residenza per anziani sia destinato a diventare non autosufficiente. Bisogna avere un progetto di tutela e di cura terapeutica.
E' necessario coniugare i diritti di cittadinanza con i diritti di chi lavora arrivando a fare un patto di cittadinanza fra le famiglie, l’anziano che ne ha bisogno e gli operatori sanitari. Un patto per far sì che gli anziani, anche quando devono uscire dalla famiglia e ricoverarsi in un centro residenziale, vengano considerati ancora della persone. Bisogna fare una scelta di civiltà, utilizzare risorse per rispondere a 12 milioni di persone di cui 3 milioni non autosufficienti e i fondi si possono trovare. Occorre la presa in cura dal punto di vista della tutela sanitaria perché molti potrebbero essere recuperati ad una vecchiaia dignitosa.
E' necessario anche che le strutture residenziali degli anziani siano aperte, che vi sia vigilanza e controllo. Non devono essere efficienti solo nel giorno della visita dei parenti ma devono esserlo sempre. Occorre poter entrare nelle residenze e controllare quello che succede. Non voglio criminalizzare nessuno, ma i casi di violenza sono troppi.


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