Editoriale/ Approvata la legge sul made in Italy tessile, l’agroalimentare segua la scia
di Lillo Alaimo Di Loro - Vicepresidente AIAB
La Commissione Attività produttive della Camera in sede legislativa, ha approvato all'unanimità, la legge sul made in Italy, per la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri. Le nuove disposizioni, saranno in vigore dal 1° ottobre 2010, previa notifica della Ue per l’esame di compatibilità.
In pratica l'etichetta made in Italy, in base alla nuova legge, è consentita «esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione», «hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e, in particolare, se almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore sono state eseguite nel territorio”.
Bisogna ora affrettare il percorso della tracciabilità di filiera anche per i prodotti alimentari. Vista la solerzia per il settore tessile. In fondo per citare dei luoghi comuni: “l’abito non fa il monaco”, mentre è assodato che “siamo quello che mangiamo”. Banalità a parte, provvedimenti che riteniamo utili, come quello sul mady in Italy sui prodotti tessili, andrebbero sicuramente estesi al settore agroalimentare, accelerando il percorso di approvazione del regolamento Ue sulla etichettatura obbligatoria, il cui esame é già iniziato al Parlamento Europeo.
È notorio che i danni provocati dall’uso improprio e abusivo del marchio Italy ai prodotti enogastronomici italiani, venduti soprattutto all’estero è enorme. Si stima che a fronte di 20 miliardi di export Made in Italy nel mondo, ci sono altri 50 miliardi generati da prodotti che non hanno mai visto il nostro Paese. La tracciabilità di filiera e la definizione di Mady in italy, gioverebbe anche al mercato biologico italiano, il cui valore stimato oscilla tra i 2,8 e i 3 miliardi di euro, con circa 1,8 miliardi di vendite al dettaglio in negozi specializzati.
La trasparenza dell’offerta agro alimentare è fondamentale ai fini dell’applicazioni di ogni principio di consumo critico e di qualità. E soprattutto potrebbe limitare le speculazioni legate alle diseconomie di natura etica e commerciale, proprie del mercato globalizzato, allorquando ai diversi luoghi di produzione non corrisponde la garanzia del rispetto delle stesse regole e degli stessi diritti civili che in Italia si è (per fortuna ) tenuti a rispettare.
da www.aiab.it



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