Senz'anima - Carlo De Benedetti

Venerdì, 2 luglio 2010 - 12:57:00

Carlo De Benedetti


Pare che il mandato di cattura nei confronti di De Benedetti abbia colto di sorpresa la magistratura milanese e creato malumori all'in-terno del pool di Mani pulite. Sarebbe infatti avvenuto in violazione del tacito patto che Di Pietro e suoi colleghi avrebbero stipulato con alcuni dei più importanti imprenditori del paese, Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat, e, appunto, Carlo De Benedetti. Patto che, in sintesi, sarebbe stato questo: voi vi presentate per for-nire deposizioni, per così dire, «spontanee» e noi vi evitiamo l'onta dell'arresto. Bisogna dire, con estrema chiarezza, che se questo patto c'è stato è una delle pagine meno limpide di Mani pulite. La magi-stratura infatti non può patteggiare alcunché, deve solo applicare la legge che ha da essere uguale per tutti, ci si chiami Cesare Romiti o Carlo De Benedetti o Luigi Rossi. La magistratura di Roma ha quin-di agito nel diritto e nella sua piena autonomia spiccando contro De Benedetti un mandato di cattura di cui, ovviamente, si assume la re-sponsabilità a petto degli ulteriori gradini dell'iter giudiziario.

Il mandato di cattura contro Carlo De Benedetti colpisce, ma non stupisce. L'uomo infatti, nonostante abbia sempre teso a pre-sentarsi come imprenditore «duro e puro», ha dei pesanti e inquie-tanti precedenti. Il più grave è quello del Banco Ambrosiano. Come è noto De Benedetti entrò, da vicepresidente, nella banca di Calvi e ne uscì dopo soli sessanta giorni con una plusvalenza di alcuni mi-liardi (sette e mezzo). Cioè da un'operazione evidentemente sbaglia-ta riuscì a realizzare un guadagno. Il Tribunale di primo grado di Milano ha ritenuto che questa operazione, che era stata salutata dal-l'intera stampa economica nazionale come un'elegante e astutissima veronica finanziaria, concretasse il reato di «concorso in bancarotta I raudolenta» e ha per questo condannato il De Benedetti a 6 anni e mezzo di galera, ritenendolo uno dei responsabili, insieme a Gel-li, Ortolani, Tassan Din e altri immacolati gigli, del crac del Banco e quindi della rovina di decine di migliaia di risparmiatori. In (i uell'occasione De Benedetti scampò per il rotto della cuffia a un'accusa ancora più infamante: quella di estorsione. C'era infatti il fondato sospetto che il manager di Ivrea fosse entrato nel Banco Ambrosiano solo per mettere gli occhi sulle illecite manovre di Calvi e che si fosse fatto pagare il proprio silenzio a suon di miliar-di, come buonuscita.

De Benedetti non era nuovo a questi scherzetti. Ne aveva giocato uno simile a Michele Sindona, nel 1963. In quell'anno entrò infatti nella Edilcentro-Sviluppo il cui padrone occulto, e che intendeva ri-manere tale, era allora il finanziere siciliano. Avendo scoperto, o avendo fatto finta di scoprire, l'inghippo De Benedetti si presentò da Sindona. Che cosa si siano detti i due in quell'incontro nessuno lo sa né, forse, lo saprà mai. Fatto è che Sindona, digrignando i den-ti, ricomperò a 2mila lire le azioni della Edilcentro-Sviluppo che De Benedetti aveva acquistato a 700 e che in Borsa, in quel momento, quotavano 1300.

Del resto l'ingegner Carlo De Benedetti ha una straordinaria ca-pacità, da autentico re Mida, di trasformare i propri fallimenti in successi o comunque di monetizzare in denaro sonante quelle che per chiunque altro sarebbero solo operazioni sbagliate. Nel 1966, quando De Benedetti aveva solo 42 anni, gli Agnelli gli affidarono la carica di amministratore delegato della Fiat. L'ingegnere lanciò rutilanti proclami secondo i quali avrebbe dovuto spaccare i monti, livellare le valli e, soprattutto, ripianare la Fiat e ricostruirla nuova, più bella e più ricca che mai. Dopo soli cento giorni fece la fine di Napoleone a Waterloo. Fu cacciato con ignominia. Qualunque altro giovane manager sarebbe uscito azzerato da una simile esperienza. De Benedetti riuscì, come sempre, a trarne profitto. Rivendette le sue azioni Fiat agli Agnelli i quali, pur di toglierselo di torno, le stra-pagarono. Con quei soldi comprò la Cir, quella che attualmente è la sua finanziaria. Poco dopo, come se nulla fosse, era già pronto per la scalata della Olivetti. Qui ristrutturò l'azienda ma, attraverso pre-pensionamenti, cassa integrazione o addirittura appioppando, grazie a una legge fatta appositamente per lui, alcune migliaia di suoi dipendenti al settore pubblico, è riuscito sempre ad accollarne le spese alla collettività.

Questo è l'ingegner Carlo De Benedetti. Di lui Cesare Romiti ha detto che è un imprenditore che si interessa troppo di finanza e trop-po poco di fabbrica e Renato Cantoni, in un memorabile articolo, ha scritto che «deve smettere di comprare aziende a scatola chiusa», riferendosi agli acquisti indiscriminati della Buitoni, della Sasib, del-la Latina, della Ausonia, del Credito Romagnolo, della Valeo, della Reina, del Mollificio bresciano, della Panini, della Forges d'Allavar-des, della Yves Saint Laurent, della Charles de Ritz.
Premesso che anche Carlo De Benedetti ha diritto, come tutti, al-la presunzione di innocenza, credo che si possa dire, qualunque sia l'esito dell'inchiesta della magistratura romana, che è stato ed è un avventuriero che ha saputo sguazzare assai bene nel regime partito-cratico, sfruttandolo e spesso determinandolo. Un tipo di imprendi-tore che poteva fiorire e prosperare solo da noi, grazie alle compli-cità del sistema. Tant'è che quando ha tentato l'avventura al di là dei confini, la scalata alla Sgb, si è spaccato i denti come se li spaccò Raul Gardini col suo infantile tentativo di mettere sul pavé i pesce-cani del mercato della soia di Chicago.

In fondo la storia dell'ascesa e della caduta di Carlo De Benedetti non fa che ribadire la pochezza dell'imprenditoria privata italiana e le sue compromissioni con un regime di cui stiamo cercando, con molta fatica, di liberarci. La verità amara è che la grande imprendi-toria privata italiana, avesse il nome di Lodigiani o di Gardini o di De Benedetti o, anche, della Fiat, è responsabile del tracollo del «si-stema Italia» non molto meno degli uomini politici che ci hanno governato negli ultimi vent'anni. Gli imprenditori italiani si sono incistati nel sistema come topi nel formaggio, ne hanno cinicamen-te profittato, e, in molti casi, sono stati essi stessi «il sistema».
Solo che mentre gli uomini politici li possiamo spazzare via con il voto, gli imprenditori privati, che sono stati loro complici — e in que-sto senso non è del tutto priva di ragioni la polemica condotta a lungo dai socialisti contro i «poteri forti» — ce li dobbiamo tenere. A meno che a far piazza pulita non provveda la magistratura. Cosa che, dob-biamo dirlo, ci auguriamo. E non solo nel caso di Carlo De Benedetti.

«L'indipendente», 31 ottobre 1993

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