Trasparenze/ Perché non proviamo a lanciare una campagna sull'uso intelligente della Rete, anziché studiare nuovi divieti?

Lunedì, 21 dicembre 2009 - 08:38:00

di Francesco Pira

Nei paesi privi di cultura o timorosi di non averne c'è un ministro della cultura. E comunque cosa è la cultura? In certi posti è il modo in cui si suonano i tamburi, in altri è come ci si comporta in pubblico, e in altri ancora è soltanto il modo in cui si cucina. Che c'è dunque da conservare in queste cose? Non è forse vero che la gente se le inventa strada facendo, se le inventa via via che ne ha bisogno?” Così scrive J. Kinkaid in "Un posto al sole" e questa piccola parte che abbiamo riportato si adatta perfettamente al dibattito di questi giorni. Il Ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha portato in Consiglio dei  Ministri un provvedimento urgente relativo all'uso di internet. Ma dopo la riunione del Governo ha detto che il punto è stato rinviato perchè sono necessari “degli aggiustamenti”.

In queste ultime ore esperti, uomini di cultura, e persino i titolari dei social network da altre parti del mondo hanno fatto sentire la loro voce.
Anche sulla rete si sono inseguiti commenti e polemiche. Anche io su Facebook ho lanciato un breve messaggio che nel giro di pochi minuti ha ottenuto una ventina di commenti, tutti diversi tra loro. In tanti hanno detto che è giusta la libertà ma non bisogna esagerare. E' vero, ma è un fatto culturale. Non bisogna esagerare mai, né sulla rete, né altrove. Invece questo messaggio rischia di non passare, così come quello che esistono tante regole già scritte che devono essere semplicemente rispettate.

Poi, come ripeto spesso, siamo l'unico paese in Europa e nel mondo dove appaiono tantissimi cartelli “E' severamente vietato”. Mi sono sempre chiesto che significa. Me lo sono chiesto sopratutto quando tornando da altri paesi in Europa e nel mondo non ho trovato cartelli simili. In Nord Europa è addirittura un piccolo consiglio. Da noi invece i caratteri sono cubitali. Perchè se ci scrivono “E' vietato”  e basta, noi lo facciamo regolarmente. E la stessa cosa accade nella rete. E' un fatto culturale. E quindi più che fare una nuova normativa è necessario che si lavori anche nelle scuole per la  subcultura della legalità, per respingere la cultura dell'odio, della contrapposizione, se così si può chiamare. Perchè è vero che quello che si fa su Facebook o su Youtube o in genere sul web si può fare ovunque e comunque con gli stessi rischi e con le stesse normative.

Per questo il dibattito di questi giorni è davvero singolare. E lo è come hanno scritto e detto molti editorialisti o opinionisti perchè i tanti che parlano con grande tranquillità della pericolosità dei socialnetwork non ci sono mai entrati. Forse hanno fatto qualche domanda  ai figli che magari ne hanno parlato in maniera strepitosamente entusiastica e si sono decisi, anche per questo motivo, a cercare di chiudere quello che è possibile chiudere.
Ci prepariamo a trovare sulla rete un altro cartello “E' severamente vietato” illudendoci che il severamente riesce a fermare quello che il vietato invece può annullare. Perchè invece non proviamo a lanciare una campagna sull'uso intelligente della rete? Gli italiani hanno dimostrato di saperla usare come si deve: pensiamo alla raccolta di fondi, indumenti e libri per i terremotati prima e per gli alluvionati di dopo. Pensiamo a quanto è stata utile la rete anche ai fini d'indagini. Anche la magistratura e la polizia hanno utilizzato Facebook e Youtube. Oppure pensiamo al caso di quel ragazzo picchiato in carcere il cui caso si è riaperto dopo che la famiglia ha pubblicato le foto su Facebook.
Certo aprire gruppi che inneggiano alla violenza, o di stupidi che diventano fan di mafiosi o terrotisti o folli non è opportuno. Ma queste cose finiranno con nuovi provvedimenti.

Ha scritto giustamente Stefano Rodotà che anche il Presidente Obama riceve messaggi di morte sulla rete ma colpiva al contempo con gli americani un rapporto straordinario sulla rete. Sappiamo di dire cose già dette ma il problema non sono nuove regole. Ma una nuova cultura di quello che rappresentano nel bene e nel male le nuove tecnologie. Occorre lanciare la cultura delle due F (visto che quella dei quattro I non ha dato grandi risultuati) e cioè famiglia e formazione. Lavorare su genitori e figli insiemi per condividere i benefici della rete e cogliere i rischi. Formare tutti all'uso delle nuove tecnologie per farne un uso diverso. Un sogno? Realizzato in altri paesi dove nessuno parla di regole restrittive, se come hanno detto in tanti in questi giorni, ci togliamo la Cina. Il web e la rete sono cultura, possono portare conoscenza e sapere. Così come odio e terrore. Ma il problema è nostro. Dobbiamo deciderle come usarli.

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