Quelli Avanti/ Pinko dalle borse di pezza alle clienti trattate da pezzenti

Lunedì, 17 maggio 2010 - 09:30:00
PINKO BAG
Pinko
"Quelli “avanti" hanno una buona regola: ricordare che i veri, solidi, sponsor dei marchi si chiamano CLI-EN-TI.
Se un marchio di moda apre un nuovo negozio voi tutti clienti avete reso possibile l'inaugurazione. E' la vostra festa. Tuttavia, resterete fuori. Agli “eventi” si entra solo se si ha il cartoncino d'invito. Che segue una strada diversa dai vostri soldi. Allora, perché non far cambiare direzione alle vostre sudate banconote? Uno stimato imprenditore calzaturiero usa la metafora: “Io il caffé lo prendo nel bar dove mi fanno un sorriso.” Per spendere bene i propri soldi è giusto prestar attenzione all'amore con cui chi li riceve fa il proprio lavoro. Ovvero, confeziona il prodotto che il consumatore acquista. Il glam di un marchio di abbigliamento c'entra nulla con la donna che vedete su uno schermo.

Non sono i vestiti che indossa. Glieli regalano le Aziende di moda, affinché la donna che non compare sul teleschermo pensi che è bello entrare nei panni dell'altra. La donna è attraente perché veste in quel modo, oppure la donna che veste in quel modo è attraente perché è sullo schermo? La distinzione è sottile quanto sostanziale. Non comprate gli abiti che sono regalati alle donne che hanno il dovere di comparire. Chi rifiuta decine di abiti in omaggio solo per indossarli? Le escort devono fare ben altro per potersi permettere una mise diversa ad ogni uscita. A volte, è previsto in aggiunta un cachet per "il disturbo" di apparire con quel dono addosso. I giovani cantanti di Sanremo sono stati rincorsi da marchi di moda per mostrare durante l'inquadratura sullo schermo, con un gesto della mano tra i capelli, il modello dell'orologio che “secondo quanto convenuto nella stipula del contratto tra le parti dovrà avvenire tot numero di volte nei tot mesi prestabiliti.” Pensate alla ressa a Hollywood. Non solo le dive che cercano gli stilisti. Accade l'opposto. Milano. Ufficio Stampa del marchio con la “strana” K. C'è chi si occupa di abiti e sconti per le “celebrities”, come le chiama. Poi, spiega, ci sono due colleghe che “gestiscono” la lista delle giornaliste che hanno "diritto" allo sconto. Sulla base di che cosa sarebbe interessante saperlo, ma la linea telefonica cade provvidenzialmente dopo questa domanda. Non è tutto. Insieme sovrintendono al trattamento di favore degli “amici” della proprietà, la famiglia Negra.

All'ultimo “evento”, la svendita annuale dei capi mostrati e provati per i negozianti nello showroom, “sono state invitate giornaliste ed amiche delle amiche”, racconta chi c'era. Scusate, chi va ora in negozio trova lo stesso modello, che alle invitate viene abbonato ad una manciata di decine di euro. Meno stropicciato. O forse no. Di certo già indossato da altre clienti che non l'hanno comprato. E lo paga diverse centinaia di euro. Perché dovrebbero pagarvi cinque-sei-otto volte tanto? Le clienti "che non hanno diritto allo sconto" e pagano lo stesso giorno a trecento metri di distanza lo stesso abito un terzo dello stipendio medio hanno diritto a qualcosa in più. Come minimo, suggeriva il saggio imprenditore toscano, ad attenzione ed educazione. Il sorriso è facoltativo, ma farebbe fino. Il cliente che acquista lascia una parte del proprio stipendio, che diventa parte dello stipendio delle venditrici. Ovviamente, la fetta più grossa va a finire nelle tasche del commerciante. Non tutti i commercianti sono imprenditori. Alcuni restano - e sono considerati - parvenu, come un tempo chi si arricchiva col commercio e faceva i soldi s'adoperava per frequentare le nobili famiglie che lo tenevano a distanza.

I soldi esibiti, allora come oggi, non fanno l'uomo. Torniamo alla moda con un esempio. Pinco è antico nomignolo. Suona dolce. Familiare. Facile da ricordare. La legge tutela il marchio registrato per primo. E dava ragione al brand Pinco Pallino, noto nell'abbigliamento per bambini. Il nuovo imprenditore, con l'hobby delle corse di auto, cambia marcia: inserisce la “K”. La pronuncia non cambia. Quel signore, amante della velocità, collezionava i trofei vinti. Chiunque poteva vederli esposti, oltre alla foto di lui, nell'atrio di un capannone industriale dalle parti di Fidenza. Paratìe smontabili, vetrate divisorie tra piccoli uffici dove i clienti visionavano il campionario coi venditori del marchio. Di lavoro, con la moglie, faceva il commerciante al CenterGross, il più grande complesso manifatturiero nei dintorni di Bologna. Poi in quella fabbrica sulla strada fuori Fidenza. Dopo il successo delle borse di pezza la realizzazione di una fabbrica più grande di fronte alla vecchia. La moglie è sempre colei che disegna i modelli col marchio che si scrive con "K", e che altre comprano. Da più di dieci anni, nella zona tutti si chiedono perché indossi abiti griffati Prada. Tranne Lei, che sa la risposta. Il primo successo mondiale deve averglielo ispirato l'inconscio di bambina: bambole di pezza... una Borsa di Pezza. Valore: qualunque donna che abbia visitato un mercatino di tessuti può rispondere. Costo: tinta unita con scritta in pailettes (modello base) 42€, scritta in swarovsky attorno agli 80€. Creatività: la scritta di quel nome che tutti abbiamo pronunciato almeno una volta senza pensare che fosse sinonimo di eleganza. La borsa di pezza fa il giro del mondo. In dollari ha un costo cheap. Diverte le bambine. La usa la mamma per metterci dentro di tutto, così evita di rovinare una borsa pregiata. Piccole donne crescono... su Facebook la vendetta: “Se sei stanco/a di sopportare ogni giorno quelle strane specie di sacchi della spesa che costano un botto solo perchè c'è scritto sopra PINKO BAG... Bruciamo le Pinko bag.” Idea: Naomi Campbell testimonial. Lei era fidanzata con un italiano, che di motori se ne intende ancor di più. Quel marchio P con la K inizia a legare il proprio nome alla modella di colore dall'andatura flessuosa. Dura qualche stagione.

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