"Caro Fazio...", le lettere immaginarie di La Russa e Formigli
Mercoledì, 23 febbraio 2011 - 09:36:00
FAZIO
di Renato Palma
(il pezzo che state per leggere è, purtroppo, solo in parte frutto di fantasia...)
LA LETTERA IMMAGINARIA DI LA RUSSA
LA RUSSA
Carissimo Fabio, sono appena uscito trionfalmente, e sorridendo, dal suo studio, e ancora non posso crederci. Non le nascondo che temevo che la poltrona, sulla quale avevo accettato di sedermi, diventasse improvvisamente scomoda, una specie di letto chiodato da fachiro. Non si sa mai, mi dicevo. Conoscevo la sua gentilezza e cortesia, e, come le ho detto, lei gode della mia simpatia. Ma devo ammettere che la sua bonarietà, l’altra sera, ha raggiunto vette inaspettate. Dunque ancora grazie. Perché vede lei è riuscito dove neanche la mia fantasia più spudorata osava arrivare: ridurre un episodio sgradevole, vergognoso, ad un banale pestone su un callo del suo collega. Mi ha fatto anche dire un poco credibile “oh dio come mi dispiace” con quella mia aria a presa in giro. Un vero signore, lei, che ha illuminato la mia immagine della sua luce giocosa, che tutto riconduce al suo “non è successo nulla di grave: state tranquilli. Bastava una constatazione amichevole”.
IL VIDEO
FORMIGLI
LA LETTERA IMMAGINARIA DI FORMIGLI
Carissimo dottor Fazio,
Sono un giornalista molto meno famoso di lei, ma comunque un collega. Ho visto la sua intervista al ministro della difesa con estremo interesse. Vede, il ministro aveva commesso alcune cose di cui vergognarsi, e la vergogna, come lei certamente sa è, o meglio era, il sale della democrazia. Era quel forte sentimento che ti faceva pensare che ci sono cose che è molto meglio non fare, per non sentirsi investiti dalla disapprovazione di tutte le persone per bene. Un controllo interno, insomma, che, nelle persone che hanno potere in Italia, non esiste più. Lei sa dell’incredibile episodio di cui sono stato vittima. Il ministro ha scambiato il mio lavoro, che è quello di fare domande (come anche lei fa e per questo dovremmo essere colleghi) per una provocazione. Ho semplicemente chiesto: “ Ma se si dimostrasse che ci sono state prostitute minorenni ad Arcore, cosa dovrebbe fare il presidente del consiglio?” Conosco il mio mestiere e so che il ministro poteva rispondere con un “no comment”. Io avrei insistito, in questo consiste il mestiere di giornalista, e lui avrebbe fatto finta di non sentirmi. Certo lo avrei messo in difficoltà, ma questo è il mestiere di giornalista. Come sono andate le cose lei lo sa benissimo. Il ministro mi ha pestato i piedi. Non è questa la cosa grave. Il fatto grave è che mi ha impedito di fare il mio lavoro. Mi ha accusato di aver fatto quello che aveva fatto lui. Mi ha fatto allontanare con la forza e identificare dalla polizia. Ha commesso un abuso di potere nei confronti della nostra professione che fa, in un modo o nell’altro, da baluardo nei confronti delle prepotenze. Non le nascondo che non ho neanche apprezzato che si sia permesso di offendere mia sorella. Questo episodio è stato accolto da un silenzio di tomba da parte della nostra categoria. Evidentemente le intimidazioni servono. Non mi aspettavo, però, che lei mettesse a disposizione del ministro il suo palcoscenico, per permettersi di minimizzare un episodio che è senza dubbio un grave segno dei tempi. Il danno che ho subito io, come individuo, non è stato grave: un semplice pestone condito con qualche menzogna e qualche offesa. Il danno che ha inferto lei alla categoria è stato molto più grave. Capisco la difficoltà di porre domande scomode. Se non le sa fare, se non ha il coraggio o la voglia di farle, non entri nell’argomento. Sorrida pure di tutto quello che succede, minimizzi. E’ il suo lavoro quando fa lo showman. Per favore non lo faccia quando svolge il ruolo di giornalista. Nel 1985 Neil Postman sostenne che la televisione avrebbe provocato un declino della cultura basata sul confronto razionale delle idee. Il suo saggio, “Divertirsi da morire”, suggeriva che la democrazia sarebbe finita non secondo le profezie di Orwell sul grande fratello, che tutto controlla a vantaggio di un dittatore, ma secondo la visione di Aldous Huxley. Huxley era convinto che a toglierci l’autonomia, la cultura e la storia sarebbe stato l’intrattenimento: la gente sarebbe stata felice di essere oppressa, tutta presa dall’adorazione per la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. Anche lei, spero inconsapevolmente, sta dando ragione ad Huxley.
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