Sviluppo sostenibile? Si può/ Crisi, stop alla finanza in azienda. Ripartire dal territorio e dalle Pmi

Lunedì, 16 gennaio 2012 - 12:03:00


Di Paolo Ricotti*

 

borsa manager crisi11

Oggi si parla tanto di crisi economica, di contenimento di debito sovrano, di ricette per la crescita, di crisi dell'euro, ma non si parla mai dell'unica vera causa strutturale che ha creato questa situazione devastante né di come il nostro Paese ne potrebbe concretamente uscire. Ma se non sono chiare le vere cause o, peggio, se ne adducono alcune palliative - ovvero la mancanza di leadership politica, l'incompletezza dell'unione economica, la politica spendacciona, la globalizzazione dei mercati - ogni decisione assunta corre il rischio di risultare inefficace o, peggio, controproducente.

Per altro, tutti parlano di crescita, quando questo concetto è per definizione, insostenibile nel tempo, e nessuno parla, invece, di direzione dello sviluppo possibile a cui tendere nel lungo termine per rendere coerenti ed efficaci tutti gli interventi, compresi quelli più urgenti e immediati. Incominciamo oggi a capire quali sono le vere cause, al di là delle strumentalizzazioni e gli interessi di parte. A nostro avviso, sia per gli studi condotti dalla Fondazione che rappresento  sia, soprattutto, per "vita vissuta" nella gestione delle imprese, esiste un'unica causa "primordiale" alle crisi dei sistemi economici, dei mercati e, conseguentemente dei governi: la filosofia di conduzione d'impresa caratterizzata dalla supremazia della Finanza rispetto alle altre variabili gestionali.

Fino a quando gli elementi di guida e traino delle imprese poggiavano sulla funzione commerciale (marketing e vendite), sull'Organizzazione e ICT, sulla valorizzazione delle risorse umane, sulla produzione e sviluppo tecnologico, infatti, le imprese erano complessivamente in buona salute perché erano in grado di comprendere bene il mercato, adattare le proprie politiche industriali, modificare le proprie organizzazioni, privilegiare una politica di visone strategica competitiva sempre intrinsecamente orientata allo sviluppo e al mercato (Market Driven Management).

All'interno della cultura d'impresa la Finanza ha sempre rappresentato una delle tante variabili gestionali, utile soprattutto per garantire un corretto equilibrio tra i flussi di cassa e il credito necessario. Questa cultura si è progressivamente deteriorata quando si è fatto largo negli ultimi  30 anni il capitalismo finanziario e cioè un certo tipo di cultura d'impresa che privilegia un percorso molto più breve e veloce alla creazione del valore che non si basava più principalmente sull'evoluzione del "fatturato" e del relativo "margine lordo" (valore aggiunto dell'impresa, e cioè il valore del benessere complessivo generato) ma che andava a cercare "valore" all'interno dell'impresa stessa tramite la definizione di una seria infinita di indici di efficienza basati su ogni variabile gestionale, poi rappresentati in bilancio (il Profitto è uno di questi indici, neanche il più importante).

La filosofia gestionale si orienta sempre più nella direzione dell'EXIT" (1), e cioè la volontà degli azionisti - adottando quelli speculativi tipici delle società di private equity - di ottenere il più alto valore possibile della propria attività/impresa (equity value) in una logica di "Borsa" o di transazione di vendita delle attività a terzi, e cioè "uscita" o Exit. La finalità della società si sposta dunque da una logica di "responsabilità oggettiva" dell'imprenditore o (azionisti) nei confronti del benessere di tutti i propri stakeholders (2) a una logica di "irresponsabilità strutturale" in cui tutta la cultura dell'impresa è stravolta, senza più ancoraggi valoriali, etici, e sani indirizzi strategici e operativi che, guardando il lungo periodo, orientano le decisioni  più corrette. Con l'avvento del financial capitalism, si avvia un ciclo degenerativo della cultura d'impresa che si deumanizza, diventa impersonale, anonima e totalmente dipendente da logiche puramente numeriche e virtuali che fa perno su un'unica legge di riferimento: il taglio dei costi fissi e l'ossessiva ricerca dell'efficienza interna.

Dove sono finiti i fondamentali dell'esistenza stessa dell'economia e dell'impresa (mercato, benessere della gente, l'uomo)? Nulla è più importante, e tutto diventa subordinato alla legge asettica della coerenza dei numeri e degli indici finanziari. Questa è in verità la principale causa della degenerazione dell'economia che oggi ha già distrutto le sane culture nella maggioranza delle imprese e, oggi, sta aggredendo con il suo abbraccio mortale anche i governi delle nazioni. Dove ci porta tutto questo? Alla completa degenerazione dell'economia, alla progressiva demolizione di una sana cultura d'impresa, alla proliferazione della speculazione e del degrado etico di tutto il sistema mercato-società.

Ma tutto non è ancora perduto perché stanno nascendo nuove e diverse filosofie economiche e di mercato in grado di ribaltare questa situazione che, partendo dalle piccole e medie imprese e dal territorio e con una forte impronta etica sono in grado di ricreare quegli equilibri di armonia e benessere locale che si espanderanno ogni dove - abbondanti, rigenerativi e sostenibili, come nei cicli evolutivi naturali - forse proprio partendo dal nostro straordinario Paese, ricchissimo di questo genere di risorse.
Approfondiremo questo nuovo modello economico nei prossimi articoli.

*Per Planet Life Economy Foundation ( Planet Life Economy Foundation (www.plef.org) è una Fondazione-onlus che si occupa di rendere praticabili all'interno delle imprese e negli stili di consumo i principi dello Sviluppo Sostenibile)

(1)  A.Hirsham - Le passioni e gli interessi - Feltrinelli - Milano - 1979
(2) Sono tutti coloro che hanno interesse nell'attività di una specifica impresa: collaboratori, fornitori, clienti, banche, istituzioni locali, ecc.



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