Le vuvuzelas? Almeno coprono... i commenti di Varriale
Di Giuseppe Morello
C’è chi la apprezza come simbolo del folclore locale e chi la considera una mostruosa rottura di balle. Nelle more di un Mondiale scialbo e poco entusiasmante, al centro dell’attenzione è finita la vuvuzela, la maledetta trombetta che sta provocando in alcuni tifosi crisi isteriche: gente coi nervi scorticati da quel sibilo sordo e che vorrebbe prendere a testate il muro già al decimo del primo tempo, anziani impazziti che non capiscono da dove venga il ronzio e vagano per casa a caccia di inesistenti mosconi. I medici sostengono che fa molto male all’udito, visto che può raggiungere i picchi di decibel della sirena di un incrociatore. A Wimbledon l’hanno già vietata, forse per evitare che quel si bemolle martellante copra i gemiti orgasmici delle tenniste. 
A parte i tappi, esistono metodi e software per non farsi crepare i timpani, tagliando le frequenze della vuvuzela dai televisori, mentre le emittenti stanno cercando di evitare che i nostri soggiorni risuonino come la giungla.
Ma accanto ai detrattori sono schiere i fanatici, che magari si porterebbero pure a casa la vuvuzela più grande del mondo, quella lunga 35 metri che è a Città del Capo.
A Milano i pochi che le vendono hanno la fila fuori, l’imprenditore bergamasco che le produce sta facendo affari d’oro, su internet ci sono dei tutorial su come suonarla ma anche applicativi per iPhone che ne riproducono il barrito.
A parte l’arcivescovo e premio Nobel Tutu, che dice che la vuvuzela è sacra e non va bandita, a molti piace quel suono che sembra prodotto da cento boscaioli che azionano all’unisono la loro motosega, e magari sono pure contenti che copra la voce di Enrico Varriale.
Sia come sia, basta che sappiate che arriveremo alla finale storditi e sordi.



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