Affari Mondiali - Lo scolapasta di Lippi
Stimo Lippi per il suo modo di porsi, così sfrontato e carico di orgoglio e dignità. Non posso però accodarmi a quanti, in queste ore, lo stanno elogiando per l’aperta autocritica con la quale ha commentato il disastro azzurro nel mondiale sudafricano. Cerchiamo di essere obiettivi: se il nostro c.t. si fosse nascosto dietro qualche polemica sulle decisioni arbitrali - o magari mugugnando sulla sfortuna che lo ha privato di Buffon e Pirlo - il suo rientro in patria non sarebbe stato quello di uno sconfitto, bensì quello di uno sconfitto con lo scolapasta in testa, situazione ben più preoccupante. Inoltre, quando ci si assume le responsabilità di un fallimento bisogna anche essere pronti a pagare per i propri errori, ma Lippi non aveva proprio nulla da perdere, visto che il suo avvicendamento con Prandelli era già stato deciso ed annunciato per il post-Sudafrica, a prescindere dall’esito della missione azzurra. 
Se il tecnico, come afferma, non ha già in tasca l’accordo con qualche altra squadra, può contare sulla ragionevole certezza di trovarne uno quanto prima, vista la fama della quale giustamente gode e il palmarès che lo vede campione del mondo non una volta sola, ma due, contando anche la Coppa Intercontinentale vinta nel 1996 con la Juventus. In queste situazioni, prendersi la colpa non solo non costa nulla, ma oltretutto permette di fare bella figura e soprattutto di mantenere buoni rapporti con i pretoriani che hanno seguito il capo dalle gioie di Berlino alla mestizia di Johannesburg. Da sempre Lippi ha tra le sue migliori doti la capacità di porsi come leader del gruppo e di motivarne al massimo i membri, per cui non ci si poteva aspettare una pubblica sconfessione dei giocatori, che avrebbe invece rappresentato un sorprendente inedito. Entrando nel merito, gli errori compiuti da Lippi e dal suo staff sono stati numerosi e mastodontici. Convocazioni sbagliate, strategia di gioco assente, scarsa condizione fisica e pessima condizione mentale: nulla di tutto ciò era ignoto agli addetti ai lavori e persino ai tifosi, pessimisti come raramente si era registrato fin dalla vigilia del mondiale. Anzi, tornando indietro di addirittura un anno, ricordo bene come nel mio commento alla Confederations Cup del 2009 avevo posto il problema della mancanza di fantasia, parzialmente risolta dalla presenza del solo Giuseppe Rossi. Di Cassano si è parlato in ogni bar, ma a mio avviso non si è dato il giusto peso al fatto che la sua intesa con Pazzini era un valore aggiunto davvero ghiotto per una nazionale in cerca di identità: convocare solo il 50% della coppia più effervescente d’Italia non ha davvero avuto senso. Senza la rabbia che nel 2006 aveva innervato la voglia di rivalsa degli azzurri, la nostra nazionale si è rivelata ben poca cosa. Tuttavia, come non sarebbe stato elegante salire sul carro dei vincitori, nemmeno lo sarebbe infierire su una squadra già abbastanza umiliata dall’ultimo posto nel girone più scarso del torneo, disfatta paragonabile alla celeberrima sconfitta contro la Corea del Nord del 1966. Grazie comunque a Lippi per il successo in Germania, con il quale sarebbe stato più saggio chiudere il suo ciclo azzurro. Buon lavoro a Prandelli, chiamato – certamente con troppo anticipo – a ricostruire la cattedrale ridotta in macerie.
Lorenzo Zacchetti
*Publisher di Acacia Edizioni, casa editrice che pubblica 35 testate di successo, tra cui Hurrà Juventus, Superbasket e American Superbasket



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