La vita vale più dei soldi
Sono stato contrario all’intervento armato in Irak. Scettico su quello in Afghanistan. Ma sono favorevole all’intervento in Libia. Perché, forse da ingenuo idealista, credo che la vita umana valga più dei soldi. In Irak la principale motivazione della guerra è stato il petrolio. E’ stato abbattuto un crudele dittatore, Saddam Hussein, è vero; ma dubito che le motivazioni umanitarie siano state prevalenti. In Libia invece lo sono. Un dittatore altrettanto spietato, Gheddafi, sta massacrando il suo popolo. Ha sempre schiacciato sotto il suo tallone chiunque avesse osato chiedere un minimo di libertà. Al contrario di altri autocrati, Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto, ha preferito precipitare il loro Paese nella guerra civile piuttosto che lasciare la poltrona. Oltre quarant’anni di potere assoluto non gli sono bastati; vuole restare incollato al trono fino alla morte. E poi passarlo ai suoi figli. In Libia la Nato non ha portato la guerra. La guerra c’era già: tra i ribelli e il tiranno. L’intervento occidentale dovrebbe servire semmai a renderla meno sanguinosa; a evitare che gli abitanti di Bengasi, la capitale dei rivoltosi, vengano sterminati. Al tempo della guerra in Irak il presidente Usa era Bush; oggi è Obama, che non può certo venire accusato di essere guerrafondaio. Le sue parole – Non possiamo restare a guardare mentre un tiranno dice al suo popolo che non avrà pietà .- dovrebbero risuonare nella coscienza di ogni spirito libero.
Se l’Occidente ha una colpa, stavolta è di non essere intervenuto prima. Se i bombardamenti alle posizioni del Rais fossero avvenuti una settimana fa, quando i miliziani del duce di Tripoli non erano ancora arrivati alle porte di Bengasi, tutto sarebbe stato più facile. Ci sarebbero stati meno morti. E il rischio di coinvolgere i civili sarebbe stato minore. Non intervenire sarebbe stato vigliacco. E cinico. Avrebbe significato calare le braghe di fronte alle minacce di Gheddafi. Anteporre il suo petrolio alle vite dei libici. Ogni intervento comporta dei rischi. Probabilmente il tiranno si vendicherà con attentati, nuove stragi, colpi bassi: per lui la vita degli altri conta meno di zero, l’unica di cui gli importa è la sua. Forse la Libia andrà incontro a un periodo di instabilità, di anarchia. Magari gli sbarchi di disperati a Lampedusa e altrove riprenderanno, moltiplicati. Non lo sappiamo. Ma sappiamo che la politica non deve prescindere dall’etica. E questo intervento, almeno finora, mi sembra etico. Chi è contrario non spiega come fare a rovesciare l’assassino Gheddafi, o almeno a fermare la sua mano omicida. Sanzioni? Servirebbero a rafforzarlo. Un altro tiranno, Fidel Castro, è al potere a Cuba da cinquant’anni nonostante le sanzioni americane. Anzi, le ha sfruttate per la sua propaganda, presentandosi da martire. Mentre a rimetterci non è certamente lui, bensì il suo popolo. Imporre sanzioni alla Libia farebbe soffrire i libici, già provati dal conflitto, mentre Gheddafi se ne farebbe un baffo. Ricorrere alle armi è sempre una scelta dolorosa. Ma a volte è il minore dei mali. A chi lo nega chiedo cosa avrebbe fatto nel 1939 per frenare l’avanzata di Hitler: sanzioni? Il Fuehrer si sarebbe fatto una bella risata. Come se la fece Mussolini, quando subì le sanzioni internazionali dopo l’invasione dell’Etiopia. Certi tiranni capiscono solo il linguaggio della forza. Di quella forza che usano contro i più deboli.



Commenti
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