Il Sociale/ La moda diventa etica
Anche la Moda punta al “campo dell’Etica”. Una tendenza che sta conquistando tutto il mondo, anche l’Italia, e che produce fatturati già molto interessanti. L’“Ethical Fashion” è la presentazione e la vendita di abiti che rispettino, nella loro progettazione, costruzione e distribuzione, particolari dettami etici: tessuti ecologici e riciclabili, utilizzo di materiale riciclato, nessuno sfruttamento di manodopera, valorizzazione delle diversità culturali-artistiche con l’esaltazione delle culture del cosiddetto Sud del mondo. A Milano si è concluso da poco l’ “Ethical Fashion Show”, una iniziativa nata pochi anni fa a Parigi. L’Ethical Fashion Show non è solo un evento, è un progetto che si propone di unire la tendenza fashion al rispetto dei diritti umani e ambientali, attraverso l’utilizzo di materiali organici e lavorazioni a basso impatto ambientale e preservando le condizioni dei lavoratori. Sfruttando così l’influenza che la moda ha sul mercato per migliorare le condizioni sociali e ambientali, dimostrando che esistono metodi alternativi di produzione di beni di lusso, senza che la qualità ne risenta. Ma in questi giorni è stato tenuto a battesimo anche un altro progetto di questo tipo, a marchio italiano.
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Si tratta dell’ “Ethical Fashion”, nato dalla partnership tra Alta Roma e l’ITC (International Trade Centre), l’agenzia operativa di cooperazione dell’ONU e WTO (World Trade Organization) e Ambiente e Territorio, che intende esaltare il patrimonio culturale e folkloristico dei paesi dell’Africa sub-sahariana. Stiamo parlando di un' operazione destinata a coinvolgere nella catena del valore della moda, attraverso il segmento della moda etica, tante comunità di microproduttori provenienti da paesi dell’Africa sub-sahariana. Comunità che vivono in condizioni particolarmente svantaggiate, a causa della povertà, della mancanza di infrastrutture di base e così via, ma che hanno risorse tali da renderle capaci di divenire produttori di una vastissima gamma di componenti e prodotti che possono essere tranquillamente inseriti nelle collezioni di moda.
In questo modo, la moda e gli stilisti sembrano aver capito di potersi giovare della ricchezza e della diversità (colorata) dei Paesi più poveri che, se opportunamente aiutati, possono essere in grado di produrre abiti e accessori, a differenza di altri settori che esigono investimenti finanziari e tecnologici molto più elevati. Col mercato del lusso, quindi, che si può aprire anche a chi è ideologicamente orientato al “consumo critico”. Un settore dove ci si può sbizzarrire e mettere veramente al primo posto la fantasia anche grazie alla lavorazione di materiali riciclabili e tessuti biologici: e così potremo ammirare collane fatte con ritagli di giornali, borse recuperate da tastiere da pc di gomma, accessori realizzati con sacchetti di plastica ma anche camicie e magliette fatte con vecchie camere d’aria e borse fatte in legno compensato. Vista così il ruolo della moda, allora, può essere non solo quello di veicolo di lusso e di eleganza, ma anche quello di veicolo di precisi valori di solidarietà sociale. Se poi una parte dei ricavati va anche in beneficenza, come fanno alcuni stilisti, ancora meglio. Il Buono che si unisce al Bello? Speriamo che non sia solo una moda passeggera. Nuove iniziative, in questo campo, stanno nascendo e moltiplicandosi; ci auguriamo solo che siano spinte anche da uno spirito di solidarietà e fratellanza e non solo dall’esigenza di creare un nuovo tipo di business.



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