Affari sotto il vestito/ La rabbia degli imprenditori su Affari: "Paese illiberale alla deriva"
L’Italia sarebbe un paese “in caduta verticale”. “Illiberale, con una burocrazia che asfissia l’attività imprenditoriale, una tassazione che cade sugli imprenditori e non sugli speculatori, una mentalità chiusa alle nuove aree del mondo in espansione, quali Nuova Zelanda, Cile, Taiwan, Hong Kong”. Frasi prese da dichiarazioni di imprenditori che operano sul nostro territorio, un grido di dolore che si alza sempre più frequente.
Non possiamo riportare nomi e cognomi per volontà di chi ha rilasciato le proprie dichiarazioni ad Affaritaliani.it, ma si tratta di rappresentanti della media azienda italiana del settore fashion, con marchi di livello internazionale, abituati a viaggiare per mesi e avviliti puntualmente al rientro in quello che si configura ormai, a dire di uno di loro, come “uno stato del Terzo Mondo, simile all’Argentina. Ci manca la corruzione di polizia e stampa poi siamo a quel livello. Io per aprire un negozio a Genova ci ho messo nove mesi, decine di migliaia di euro e poi sono riuscito a sbloccare la situazione solo facendo la voce grossa”.
Nessuna drammatizzazione proditoria, si tratta dello sfogo legittimo di chi vive il pianeta e fa paragoni. L’unica città salvabile sarebbe Milano, ancora libera dalla metastasi di lacci, lacciuoli e degrado intellettuale che sta affossando il paese. A preoccupare è “l’inerzia degli italiani, che ormai sono assuefatti a questo sistema e questa mentalità – lamenta un imprenditore umbro attivo nel segmento del casual wear giovanile -. E soprattutto l’inettitudine di una classe politica inadeguata. L’unica via di salvezza sarebbe una riqualificazione della scuola che porti il livello culturale medio a innalzarsi. Ma nessuno sta investendo in questo, anzi, le risorse alla pubblica istruzione diminuiscono”.
Un altro importante imprenditore marchigiano, forte nel calzaturiero con marchi di spicco della moda maschile e femminile, punta il dito contro il sistema fiscale che “incombe su aziende come la mia, che dà da vivere a 350 persone e non tassa gli speculatori, quelli che non producono né danno lavoro ma vivono di rendita”.
Tutti d’accordo nel sostenere che questo paese potrebbe essere un piccolo gioiello di creatività, bellezza, turismo, forza vitale delle imprese (“lasciate completamente sole, ora più che mai senza l’Istituto del Commercio con l’Estero) e che invece soccombe sotto le maglie fitte della burocrazia, della mentalità clientelare. Lo spauracchio paventato da tutti è la fuga dei giovani. “Piazze come Hong Kong, come il Cile sono a tassazione zero – continua un imprenditore - perché mai i giovani dovrebbero iniziare un’attività qui? E perché se parlo con un giornalista austriaco ho la sensazione che sia libero e non soggetto ai diktat degli inserzionisti pubblicitari e dei cda?”.
E in merito all’episodio di Barletta, un imprenditore della maglieria commenta: ”Se un’azienda paga gli straordinari regolari alla lavoratrice su 20 euro ne rimangono 6. E’ possibile?”. Poi, viene posto l’esempio cinese. “La tassazione là è semplice - continua la stessa persona - lo Stato chiede il 20% sul tuo reddito, però se non paghi rischi la vita. Inoltre le aziende fatturano in dollari e convertono tutto in valuta locale, con grande guadagno del sistema”.
Il tema tassazione è certo uno dei più sentiti, ma le preoccupazioni vertono su una mentalità deviata e corrotta, che secondo tanti attori della nostra economia si è incancrenita. A riassumere il sentore collettivo è una frase di Massimo Berloni, artefice del marchio Dondup ceduto in parte al fondo LCapital e, tra l’altro, in buonissima salute, cosa che dovrebbe esimere l’imprenditore da doglianze. Eppure, secondo Berloni, “c’è qualcosa che non va, non si tratta della crisi, è un sentore di degrado che non si era mai avuto prima. Mancanza di etica, deriva morale e politica”. C’è di che preoccuparsi. O forse è il momento di reagire.
Monica Camozzi


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