Sessoscritto bis/ La sovrana aveva labbra rosse e carnose....
“ Stasera va bene”, rispose lei. “Finisco presto”. Così la guardò di nuovo mentre tornava, con il suo passo regale, a prendere il cibo nella cucina del bar, sovrana di una terra che non c’era. Lui la chiamò quella sera stessa e scoprì che il giorno dopo lei non era impegnata e che perciò avrebbe potuto incontrarla. Anche lui lavorava, tutti i giorni: trascorreva le mattine a scrivere, nel suo studio, si alzava presto e con disciplina si sedeva al computer ; pensava. Gli occhi spesso gli facevano male al continuo brillare dello schermo, ma aveva la dote della resistenza ed era calmo. Quella mattina inoltre il felice pensiero di incontrare lei, unica donna nobile di un paese scomparso, lo faceva sentire anche forte. Così, al momento del loro incontro, si sentiva sicuro della sua mente e del suo corpo, e quindi poté essere anche molto gentile. Maddalena venne, nella piazza dove avevano deciso, nell’ora del pomeriggio che diventava sera. Aveva i capelli legati ed un vestito corto, che ora le scopriva quelle sue gambe lunghe, i cui muscoli, torniti dalla storia, sornioni riposavano sotto le calze, in attesa di uno scatto. Camminarono, mentre lui parlava, e lei poco, ascoltando, lo interrompeva. Poi mangiarono insieme una pizza. Maddalena la tagliava a spicchi e portava ogni spicchio alla bocca: il rosso del pomodoro contrastava con i suoi denti e la lingua compariva, guizzante, a impedire che le cadesse sul vestito o nel piatto. Lui prima osservava la sua testa che si piegava di lato e poi… quanto guardava quella lingua che un poco usciva dalle labbra! Gliela avrebbe subito leccata, con la punta della sua. E presa con la bocca e succhiata, con tutto il cibo, il pomodoro e il resto…così da succhiare anche la sua saliva. Invece quella sera la riportò presto a casa mentre il suo cazzo duro nei pantaloni non gli dava tregua e sembrava urlare che doveva prenderla subito, che proprio non ce la faceva ad aspettare un altro turno o un altro giorno o neppure un’altra ora.
Ma lui era gentile, conosceva le regole della storia; voleva invitarla ancora. E lo fece presto. Non tornò al caffè a farsi servire al tavolo da lei. Andò a prenderla a casa in macchina e aspettò che lei scendesse dal suo portone, che gli salisse accanto. Aveva il cappotto aperto su un abito nero e lui le fu molto grato, col pensiero, che non avesse addosso pantaloni. La stoffa del vestito le aderiva sulle tette grandi, sulla pancia piatta e le cosce un poco le vedeva, oltre le calze chiare: le cosce che sembravano abbronzate, ma era il colore della sua pelle. La mano: ci avrebbe passato la mano, su quella lunga coscia, fino ad arrivare al fianco per poi girare verso la fica. Di che colore erano i suoi peli? Come i capelli, e ricci? E come si apriva quella fica? Subito? Subito bagnata, oppure doveva toccarla un poco per farla schiudere alle sue dita e poi sentirne l’umidore che si spandeva: su tutta la fica e tra il suo dito medio e l’ indice? Voleva saperlo davvero; lo voleva lui e anche il suo cazzo duro. Ma prima tornarono a mangiare – questa volta pasta e carne – in una trattoria dove c’era gente ma non confusione. Anche lì poterono parlare, sebbene fosse sempre lui a continuare a raccontare di sé, del suo passato privo di battaglie, del suo lavoro senza conflitti, dei suoi antenati che non erano re. Maddalena tagliava il filetto e mangiava le patate una alla volta. Consumava il cibo e sembrava proprio nutrirsi, bisognosa di energie per una guerra che era già stata vinta ma che non era stata una rivoluzione. La cena finì con una torta, in cui la ricotta e la marmellata erano così buone da far venire la voglia di mangiarne ancora. Poi andarono a casa di lei. Maddalena gli fece togliere il giubbotto nell’ingresso; gli offrì un caffè in salotto. Lui capì che non viveva sola in quella casa e che altre inquiline occupavano altre stanze: usavano poi in comune il salotto, la cucina e il bagno. Ma in quel momento la casa era vuota. Dopo il caffè lui si avvicinò al vestito di Maddalena.


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