Sessoscritto bis/ La luce brillante
Lei intanto gli rispondeva: "Oggi mi sento molto meglio, grazie. Credo proprio di essere completamente guarita".
Lei non gli aveva mai spiegato da cosa era stato provocato il suo malessere – che a lui era sembrato più di origine psicologia che fisica – e lui perciò aveva compreso che indagare troppo a fondo lei lo avrebbe considerato scortese. Così aveva ascoltato i suoi racconti – fin troppo vaghi – in cui lei gli aveva spiegato soprattutto i ritmi di quella convalescenza al mare piuttosto che la malattia. Una convalescenza durante la quale lei dormiva molto e mangiava solo pochi alimenti scelti. Il fatto però che avesse apertamente alluso alla sua guarigione, invece che affermare di essere malata, gli fece pensare di poter azzardare un invito, oltre a quello che gli era stato rifiutato la prima volta e che aveva dato modo a lei di dichiararsi sotto l’effetto di un malessere.
"Ne sono proprio felice! Credi quindi di avere voglia di vedere gente?"
"Certo" rispose Chiara.
"E ti piacerebbe uscire con me?"
"Certo".
Aveva ripetuto Chiara.
"Credi di potere già questa sera?"
"Credo di sì".
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Aveva continuato a dire Chiara. E le sue labbra ora non disegnavano più nell’aria movimenti circolari, ma erano distese in un largo sorriso che a lui sembrò come un ponte lanciato, verso le sue… La loro conversazione proseguì quindi per stabilire dettagli tecnici – si accordarono per l’appuntamento della sera – e poi nei saluti, poiché – nonostante fosse sabato – lui era di turno e doveva andare a lavorare.
Lasciò quindi Chiara nel sole, tornò al suo lettino, si infilò la maglietta e le scarpe da ginnastica, di nuovo gli occhiali, e andò verso la sua macchina. Prima di lasciare la spiaggia si girò ancora una volta a guardare dalla parte di Chiara e la vide, di spalle, camminare a piedi nudi verso la riva: il culo di lei, avvolto nel bianco della luce e della stoffa del suo costume, rubò tutto l’orizzonte del suo sguardo. E il suo cazzo, nei pantaloncini, diventò nuovamente duro. E lui ebbe paura: non del dolore, che poteva ricavarne, ma di non poterlo infilare abbastanza presto nella fica di Chiara.
Quando quella sera andò a prenderla a casa c’era ancora luce. Le giornate erano diventate lunghe, ma quando il sole cominciava a calare il caldo era meno oppressivo e il chiarore diventava piacevole. Un chiarore che si adagiava su tutte le cose intorno: sulle lunghe linee delle strade, sulla linea piatta dell’acqua. Chiara arrivò avvolta in un abito color pesca, e la sua pelle – appena un poco più scura – prendeva dalla sfumatura del colore dell’abito, un ulteriore tono di luce, come fosse illuminata da una fiammella di una candela. Il vestito di Chiara era corto e lasciava gran parte delle sue gambe scoperte. Anche le sue dritte spalle lo erano. E lui pensò subito che voleva leccarle. Poi le avrebbe voluto leccare le tette, seguendone il perimetro tondo con la lingua, giocando con i suoi capezzoli tra i denti: mordicchiandoli e tirandoli prima e succhiandoli poi avidamente tutti… Invece andarono subito a cena in un ristorante che aveva un piccolo giardino pergolato. Presero prima un aperitivo alla frutta – lei non poteva bere alcolici e lui volle farle gentilmente compagnia – e poi ordinarono del pesce alla griglia e molte verdure – crude e cotte.


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