Sessoscritto/ La bella Aurelia

Giovedì, 1 ottobre 2009 - 16:17:00

L’aveva conosciuta al supermercato, mentre lei cercava affannosamente di arrivare a prendere i barattoli di pelati, che erano tutti in alto, pericolosi e pesanti - tutti uguali - di marche varie e rossi. Era montata con i piedi sugli scaffali bassi, per arrivarci, tenendo un grande carrello – ma vuoto – accanto a sé - e non chiedendo aiuto a nessuno. Se ne stava lì, appesa e con il braccio alzato, per prenderli e cominciare a riempire proprio il carrello, a far la spesa. I pelati utili per la pasta, il sugo, la pizza. Per cucinare, mangiare, nutrirsi o offrire. “Le serve una mano?” Le aveva chiesto lui e probabilmente, pensò lei, voleva chiederle se le serviva qualcuno più alto, per arrivarle il barattolo. Lei si era voltata e lo aveva guardato con un paio di occhi scuri davvero grandi, truccati con una matita nera che ne esaltava ancora di più i contorni. Non gli aveva sorriso ma, rimanendo per qualche minuto ancora lì appesa, era rimasta forse un poco imbarazzata per essere stata colta in quella posizione scomoda. “Oh beh…” Aveva detto poi “Se lei vuole…Vede? Quel barattolo lì…proprio lassù: è quello che vorrei, ma non ci arrivo…” Così  lui aveva allungato il braccio, alzandosi un poco sulle punte dei piedi e le aveva preso i pelati bramati. “Grazie, grazie” Aveva detto lei prendendoli dalle sue mani e mettendoli nel carrello, che risultò così possedere qualcosa, non restandosene  più inutilmente vuoto accanto a loro che scambiavano parole, ma cominciando la sua vita di oggetto necessario. Il supermercato non era pieno – era un lunedì mattina, piuttosto presto – e c’erano solo loro in quella corsia. “Fa la spesa per se stessa?” Le domandò lui, anche se la domanda suonava strana. Lei non aveva l’aria di una cameriera né sembrava straniera. “Si, certo” Le aveva infatti risposto. “Beh, poche cose…Ma spesso le mettono in luoghi così difficili da raggiungere…” “ E poi cosa fa?” Le aveva chiesto lui. “Poi lavoro”. “Ora, subito, adesso?” L’aveva incalzata. E lei sembrava non aver capito. Pensava che lui le chiedesse cosa faceva in genere, nella vita, non in quel momento. Ora era lì, al supermercato… “No, no. Ora faccio la spesa” Aveva sorriso “Dicevo normalmente, gli altri giorni. Non me sto sempre arrampicata sugli scaffali…! Veramente faccio un lavoro sedentario, come tutti. Sa, quando si dice un’impiegata…Ecco, gli uffici…Le banche, veramente…Quella cosa lì. “

Anche lui le aveva sorriso, ed era contento di aver potuto avere l’occasione di farlo, perché sapeva di avere un bel sorriso, uno di quelli  che potevano interessare una donna, mostrandole tutti i suoi denti bianchi e regolari. Lei gli aveva poi detto che si chiamava Aurelia e insieme avevano cominciato a passeggiare – carrello contro carrello – per le corsie del supermercato. Lui doveva comprare il latte e l’insalata e lo yogurt e poi qualcosa d’altro, di sicuro, ma se ne scordò. Lei comprò ancora proprio la pasta, e i biscotti e del pane in cassetta, molto prosciutto e zucchine e finocchi. Fecero insieme anche la fila alle casse – Aurelia davanti e lui dietro. E insieme uscirono dal supermercato. Allora lui le chiese il suo numero di telefono e le disse che, se voleva, potevano vedersi ancora. E magari anche dopo un’ora per un caffé, un aperitivo o mangiare qualcosa.  Ed Aurelia, che sembrava non avere nulla da fare, gli disse: “Si, si, va bene” e si diedero appuntamento lì vicino. E lui era molto felice che tutto ciò fosse capitato: Aurelia gli sembrava così bella! A casa ripose la spesa, andò in bagno a lavarsi nuovamente i denti, si pettinò e poi  pisciò accuratamente dentro il water, alzando la tavoletta e non schizzando sulla tazza. Si lavò le mani e poi riuscì, subito. Arrivò  all’appuntamento con Aurelia – che non c’era ancora – un poco presto. Ma le piaceva l’idea di aspettarla. Come se la conoscesse già – invece non sapeva davvero quasi nulla di lei – provò ad immaginare i suoi vestiti – ma di sicuro non si sarebbe cambiata – e l’incedere del suo passo – quello lo ricordava almeno un poco – e cosa avrebbero detto insieme, per conoscersi meglio. Anche Aurelia arrivò puntuale – e questo a lui piacque molto – e a piedi. Abitavano entrambi lì vicino e non ci fu bisogno di un mezzo, per raggiungersi. Si recarono insieme in un bar, dove ci si poteva sedere ad un tavolino, e decisero di bere un aperitivo e mangiare dei toast. Ordinarono entrambi la stessa cosa, come se si fossero messi d’accordo. Aurelia rispondeva alle sue domande, in modo diligente, e raccontava di sé cose non troppo precise, ma quasi interessanti. Non solo il lavoro, che sembrava occupare poco la mente di tutti e due, ma la passione per i mercatini, dove comprare vestiti e oggetti – che poi naturalmente si trovavano quasi ovunque ma era divertente cercarli -  e lui quella per i fumetti di Tex Wiler – di cui naturalmente aveva una collezione molto ben tenuta e spolverata ma  di cui a lei naturalmente poco importava – e poi di cinema, argomento in cui entrambi potevamo più facilmente confrontarsi perché li frequentavano spesso, e gli piaceva.


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Ma, la cosa più importante, non erano tanto le frasi che Aurelia costruiva, con il suo fare un po’ distratto, lasciandole un poco tutte sospese nel finale, bensì la voce con cui sembrava quasi sussurrarle. Aurelia non parlava piano ma sembrava sospirare appena, come per lasciar intendere che ci fosse sempre dell’altro ad incuriosirla di più. E non perché lui non la interessasse abbastanza, ma anzi perché sembrava proprio che lui le interessasse oltre le parole e le frasi pronunciate od ascoltate. “Sai…quei film, quelli francesi…I francesi raccontano le storie della vita loro, i fatti privati, eppure sono fondamentali anche se vanno solo dal tabaccaio…Io sto lì e voglio sapere come va avanti, se c’è uno scrittore che stabilisce tutto o se è solo il suo amico che la vuole…” Ed era proprio questo modo che a lui piaceva, così diverso dal suo, tanto preciso, in cui ogni frase veniva grammaticamente e sintatticamente conclusa. Era proprio questo che lo eccitava oltre ogni previsione ed in maniera così veloce. Avvertiva tale eccitazione dentro i pantaloni, dove il suo cazzo si era eretto semplicemente sentendola parlare, come accarezzato, lambito sulla pelle da quella sua voce… E più la sua eccitazione diventava fisica ed evidente, più lui – anche un poco imbarazzato – si chiedeva nuovamente come mai ciò gli stesse capitando così, subito. Se lo toccava un poco, il cazzo, sotto il tavolino, per cercare di aggiustarlo sotto i pantaloni, ed evitare che gli premesse troppo dentro la stoffa. Faceva quella manovra in modo discreto ed Aurelia non se ne accorgeva. Lei dava ogni tanto un morso al suo toast e taceva, per masticare, e poi a sua volta gli faceva qualche domanda. Ed era bella anche mentre masticava e teneva alzata la mano con il toast, in cui lui vedeva impressi i segni dei suoi denti. Aveva la bocca larga e non portava rossetto. Il suo viso sembrava davvero pieno solo dei suoi occhi. Ma naturalmente lui aveva notato anche la sua vita stretta e il seno piccolo, le gambe snelle ma non lunghe ed i piedini fasciati negli stivaletti scuri… “E’ vero ma io preferisco i film americani in cui ad ogni azione corrisponde un effetto”



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