E' l'ora di Ronald Reagan-Obama... America first, Zio Sam si fa da parte
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Il piedistallo su cui l’opinione pubblica americana e mondiale hanno messo Barack Obama inizia a mostrare qualche crepa. L’ondata planetaria di simpatia che ha avvolto con tripudio ed entusiasmo il giovane presidente americano non sembra aiutare a risolvere alcuni dei tremendi problemi che la sua amministrazione sta tentando di affrontare. Le crepe appaiono sia sul lato interno del piedistallo, dove per esempio il piano sanitario nazionale di Obama non riscuote il consenso dell’opposizione ma malauguratamente neanche quello di molti alleati di partito, ed anche sul lato esterno, dove i nemici che sperava di ammansire si rivelano ancor più minacciosi che in passato (Iran) e dove le alleanze con i tradizionali partner europei sono in queste ore messe a dura prova.
![]() Barack Obama |
Rasmussen si è ben guardato dal promettere altre unità combattenti, ricordando che solo negli ultimi 18 mesi l’Europa ha già inviato altri 9000 uomini, in futuro tuttalpiù si potranno mandare addestratori, mentre invece a Kabul il capo delle operazioni Generale Stanley Mc Chrystal vorrebbe addirittura dai 30 mila ai 40 mila uomini in più. Mc Chrystal in sostanza invoca un radicale cambio di strategia, sull’esempio di quanto attuato dal Generale Petraeus in Iraq: più uomini sul campo, più contatto con la popolazione, più istruttori e basta attacchi aerei, serviti sin qui solo ad alienarsi le simpatie di larghe fasce della popolazione (secondo l’ONU quest’anno sono morti circa 1500 civili afgani, il 68% ucciso da Talebani ma il 23% ucciso da truppe afgane e straniere).
Sono ormai molte settimane che Obama finge di essere in procinto di dare finalmente una risposta a Mc Chrystal, ma la risposta sembra non arrivare mai, frenata da un acceso dibattito all’interno della sua stessa amministrazione e del suo stesso partito. Un sondaggio Gallup inoltre svela che il 50% degli Americani si oppone all’invio di più truppe. Il finale sarà assai probabilmente una riduzione della presenza USA alla quale non farà seguito un aumento della presenza di soldati europei, gettando al vento otto anni di sforzi economici e militari per estirpare il terrorismo e portare democrazia e rispetto dei diritti umani in Afghanistan. Il mondo ha entusiasticamente plaudito alla “mano tesa” offerta da Obama ai tradizionali nemici, ma quello che molti apologeti del presidente hanno mancato di prevedere è che questo cambio epocale rispetto alla politica estera di Bush avrebbe fatalmente portato ad una conseguenza ovvia: un minore impegno della macchina militare USA in Medio Oriente ed Afghanistan (non si può infatti tendere la mano e continuare a fare la faccia feroce senza dare in cambio un tangibile segno di buona volontà) e quindi in teoria molto semplicemente lo sforzo militare dovrebbe essere sostenuto da altri, cioè da noi.
Ed ecco allora delinearsi almeno in politica estera una sorprendente affinità strategica con un insospettabile predecessore di Obama: Ronald Reagan. Nella seconda metà degli anni '80, dopo aver minacciato la creazione dello scudo spaziale (soprannominato Star Wars), Reagan andò alla trattativa con Mikhail Gorbacev, inaugurando quella che parve essere una nuova era di pace, esattamente come oggi Obama cancellando lo scudo missilistico europeo sta andando alla trattativa con Putin, molto credibilmente avviato a diventare uno dei maggiori fornitori di petrolio degli Stati Uniti.
Obama, come Reagan, è uno straordinario e persuasivo comunicatore e come Reagan ha dato nuovo contenuto al vecchio motto non interventista degli anni ’40 “America First”, anche a rischio di danneggiare consolidate alleanze. La faccenda afgana è rivelatrice: è ora di pensare all’America e lasciare che gli Europei facciano finalmente la loro parte, lo Zio Sam non continuerà a cavare le castagne dal fuoco per tutti. Se è pur vero che la guerra al terrorismo è una guerra di tutti, è anche innegabile che il prezzo maggiore, sotto ogni profilo, lo sostengono da sempre gli Americani, accettando una di spartizione dei compiti che a grandi linee ha lasciato agli USA l’"hard power" (il combattimento) e agli Europei il "soft power" (l'addestramento, la sicurezza, la ricostruzione). Questa prassi consolidata è destinata a finire, sia perché ormai da tempo truppe europee prendono parte attiva a combattimenti sul campo, sia perché è evidente che Obama intende implementare questa tendenza. A 10 mesi dall’inizio della presidenza Obama il presidente è costretto a confrontarsi con una montante insoddisfazione tra i suoi stessi elettori, molti dei quali delusi al punto da confessare “speravamo di avere eletto un nuovo Roosevelt. Ci siamo sbagliati”. Il rischio a questo punto è quello di deludere anche gli Europei, o quantomeno di deludere quegli Europei che credevano Obama fosse molto diverso da Reagan.
Arduino Paniccia
Globalist
www.arduinopaniccia.net



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