Autunno caldo negli Usa. E ora Obama sta peggio di Bush
Sabato, 5 settembre 2009 - 19:50:00
| Usa/ Si dimette lo zar dell'Ambiente |
La ricetta di Obama per salvare le banche dalla bancarotta non piace ai più e gli analisti fanno notare che Obama si farà prestare più denaro che non i precedenti 43 Presidenti messi assieme! La guerra in Afghanistan si trascina senza che una chiara strategia punti alla fine del tunnel. Per vincere Obama dovrebbe mirare a tre obiettivi: 1) aumento del contingente americano, replicando la strategia irachena del Gen. Petraeus. Il Gen. Mc Chrystal (capo delle operazioni afgane) chiede 4 brigate in più per il combattimento e 4000 uomini per l’addestramento dell’ANA (Afghan National Army). 2) maggiore coinvolgimento degli alleati: mentre britannici, canadesi, olandesi e italiani hanno ricevuto l’apprezzamento dei vertici militari USA, francesi e tedeschi sono accusati di fornire poco o nullo supporto e di essere riluttanti a combattere. Obama dovrà misurare la sua popolarità in Europa anche ottenendo maggiore cooperazione dagli alleati NATO. 3) soluzione del problema Pakistan: da quando nel 2006 il governo pakistano ha concesso maggiore autonomia al Waziristan, la regione di confine è diventata un santuario talebano impossibile da colpire senza urtare la sovranità territoriale pakistana.
A casa le cose non vanno meglio, l’indice di popolarità del Presidente è addirittura inferiore a quello di Bush nello stesso periodo del 2001. Obama ha perso il supporto dei pochi repubblicani dalla sua parte, ma anche quello degli indipendenti. Tre quarti degli elettori ritengono che sotto la sua Amministrazione la spesa pubblica aumenterà e ben l’83% è certo che la cura Obama per l’economia non avrà successo e che la situazione peggiorerà.
Il suo piano per la sanità riscuote meno approvazione di quello divisato da Clinton nel ’93 (il 17% in meno). Aumentano i critici che iniziano ad essere stanchi dell’immagine troppo “leccata” del Presidente. Alla Casa Bianca uno staff di ben una settantina di persone si occupa esclusivamente della sua immagine e dei suoi discorsi, ma la gente ha finito per notare che senza teleprompter il Presidente non è in grado nemmeno di dire due parole di commemorazione su Abraham Lincoln.
Il popolare luogo comune secondo il quale fare il Presidente degli Stati Uniti è il peggiore lavoro al mondo trova nuove conferme in questa fase della presidenza Obama, il quale sta scoprendo che le promesse fatte in campagna elettorale potrebbero non essere facili da mantenere e che la retorica acchiappa voti è cosa diversa dall’azione di governo. Da questa sponda dell’Atlantico osserviamo con curiosità l’iperattivismo del giovane Presidente, osservando però che sul piano della politica estera alcune delle sue aperture ai vecchi nemici sono incoraggianti (tra meno di un mese Gheddafi farà la sua prima e storica visita negli USA) e che di certo il radicale distacco dai modi e dalla filosofia diplomatica di Bush ha giovato di molto all’immagine degli Stati Uniti, rendendo più percorribile la strada verso alcuni importanti processi di pace in Medio Oriente ed altrove.
La mano tesa all'Iran però non è stata stretta da Ahmadinejad, anche se parte dei suoi attuali problemi interni possono essere riconducibili ad una diversa percezione dell'America da parte degli iraniani. Nello tempo l'alleato storico Israele non si è "genuflesso" alle esortazioni alla moderazione obamiane e anzi, con una certa periodicità, la stampa di Tel Aviv "rivela" l'esistenza di piani di attacco aereo mirati a distruggere le installazioni nucleari di Teheran.
La sua politica interna però è altra cosa e soprattutto è ciò per cui l’elettorato middle class e i blue collars lo hanno votato. Ai disoccupati di Detroit interessa poco degli isterismi nucleari di Ahmadinejad o della guerra per il controllo del Kashmir, quello che interessa è sapere se la cura Obama ridarà loro un lavoro e questo nessuno è in grado di dirlo. Anche se alcuni indicatori mostrano che il peggio della crisi sarebbe passato e che ci sono alcuni segnali di ripresa, di fatto l’azione anti-crisi di Obama appare confusa, ipertecnocratica e socialisteggiante nel dare maggior peso al governo federale.
Gli americani stanno esprimendo sempre più dubbi a riguardo e paiono più disposti ad appoggiare scelte diverse da quelle proposte dall’Amministrazione Obama. Il budget 2010 pare infatti disegnato non tanto per portare l’America fuori dalla crisi, quanto per gettare le basi per un radicale cambio nel rapporto tra cittadini e governo. Nei piani di Obama sarà il governo federale a gestire il complesso meccanismo di tasse e crediti per la lotta alle emissioni inquinanti e maggiore sarà il ruolo del governo federale nell’educazione anche universitaria. Lo stesso piano sanitario nazionale si avvicina alla forma di socialismo europea a noi familiare ma totalmente estranea al sistema privatistico americano. Si tratta di enormi iniziative politiche a lungo termine destinate a cambiare il carattere ed il ruolo del governo, ma sono progetti realizzabili partendo da una situazione di crescita e prosperità che consentano un aumento della spesa pubblica, e non è certo questo il caso.
Arduino Paniccia
Globalist
www.arduinopaniccia.net



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